22 giugno 2016

Privacy, il Garante: "No a oblio web per le pagine drammatiche della Storia"

Soro: "Per reati gravi prevale l'interesse pubblico all'accesso alle notizie"
s. i. a.
La storia non si cancella. E' il principio sancito dal Garante della privacy Antonello Soro nel dichiarare infondato il ricorso di un ex terrorista che chiedeva la deindicizzazione di alcuni articoli, studi, atti processuali in cui erano riportati gravi fatti di cronaca che lo avevano visto protagonista tra la fine degli anni '70 e i primi anni '80.
L'interessato, che ha finito di scontare la pena nel 2009, si era rivolto in prima battuta a Google - spiega il Garante - chiedendo la rimozione di alcuni indirizzi e suggerimenti di ricerca. Google non ha accolto la richiesta e così l'ex terrorista si è rivolto al Garante, sostenendo di non essere un personaggio pubblico ma un libero cittadino al quale la permanenza in rete di contenuti del passato e fuorvianti rispetto all'attuale percorso di vita causa gravi danni personali e professionali. L'Autorità ha dichiarato infondato il ricorso, perché le informazioni fanno riferimento a "reati particolarmente gravi", che hanno "valenza storica" e per cui è "prevalente l'interesse del pubblico ad accedere alle notizie".
L'Autorità - spiega la Newsletter del Garante - ha rilevato che le informazioni di cui l'ex terrorista chiedeva la deindicizzazione "fanno riferimento a reati particolarmente gravi, che rientrano tra quelli indicati nelle Linee guida sull'esercizio del diritto all'oblio adottate dal Gruppo di lavoro dei Garanti privacy europei nel 2014, reati per i quali le richieste di deindicizzazione devono essere valutate con minor favore dalle Autorità di protezione dei dati, pur nel rispetto di un esame caso per caso". Secondo il Garante, poi, "le informazioni hanno ormai assunto una valenza storica, avendo segnato la memoria collettiva" e "riguardano una delle pagine più buie della storia italiana, della quale il ricorrente non è stato un comprimario, ma un vero e proprio protagonista".
Inoltre, "nonostante il lungo lasso di tempo trascorso dagli eventi l'attenzione del pubblico è tuttora molto alta su quel periodo e sui fatti trascorsi, come dimostra l'attualità dei riferimenti raggiungibili mediante gli stessi url. Il Garante, ritenendo quindi prevalente l'interesse del pubblico ad accedere alle notizie in questione, ha dichiarato infondata la richiesta di rimozione degli url indicati dal ricorrente ed indicizzati da Google. L'Autorità - conclude la Newsletter - ha inoltre dichiarato non luogo a provvedere sulla rimozione dei suggerimenti di ricerca nel frattempo eliminati da Google e su un 'url' di un articolo non più indicizzabile da quando l'archivio del quotidiano che lo aveva pubblicato è divenuto una piattaforma a pagamento".
«la Repubblica» del 21 giugno 2016

10 giugno 2016

Bravi maestri si diventa: la ricetta americana per insegnare a insegnare

L’idea rivoluzionaria non è premiare i migliori, ma innalzare il livello medio dei docenti. Sull’Economist le strategie e i programmi che stanno formando con successo una nuova classe di docenti
di Antonella De Gregorio
Non classi con pochi alunni, programmi interessanti e uniformi impeccabili. Quello che fa studenti eccellenti sono insegnanti eccellenti. E già questa sarebbe una notizia, per quanti ritengono che la capacità di istruire sia una dote innata. Ma l’Economist, nel suo servizio di copertina di questa settimana, si spinge oltre e analizza i nuovi parametri pedagogici che stanno producendo – negli Stati Uniti ma non solo - una «razza» tutta nuova di formatori. Maestri con i «superpoteri», conquistati grazie a interventi che dovrebbero far parte del normale bagaglio di chi intraprende il percorso per salire in cattedra, ma che vengono spesso trascurati.

Esperienza
John Hattie, ricercatore dell’università di Melbourne, ha analizzato 65mila lavori sugli effetti che centinaia di diversi approcci e interventi educativi hanno prodotto su qualcosa come 250 milioni di studenti e ha concluso che gli aspetti di solito più cari ai genitori - dalla numerosità della classe, alla divisione dei ragazzi per livelli di apprendimento - hanno poca rilevanza. Ciò che davvero fa la differenza è l’«expertise»: esperienza e capacità dei prof.

Livello medio
Non sono i soldi a fare la differenza, è la tesi del settimanale, che porta ad esempio gli stipendi degli insegnanti finlandesi (il sistema preso a parametro quando si parla di eccellenza scolastica): sono al livello della media Ocse. Anche se, per trattenere i migliori o per dirottarli sulle scuole che han più bisogno, la leva economica in qualche misura funziona. Nemmeno la libertà di licenziare i peggiori è determinante. L’idea rivoluzionaria è innalzare il livello medio dei docenti, attraverso un processo di formazione in aula e sul campo che dovrebbe ispirarsi al training dei migliori medici (con molte ore di tirocinio in ospedale) o dei campioni sportivi. E questo sì, molte ore di tirocinio, si fa dove i risultati dei ragazzini poi risultano migliori: in inlandia, a Singapore, Shanghai, per esempio.

Lezioni per i maestri
Diversi i programmi di riferimento - primo fra tutti quello della Relay Graduate School of Education, di base a New York, o «Teach for America» - che propongono un addestramento basato sulle scienze cognitive, i tirocini in classe, il confronto con i colleghi, l’affiancamento di insegnanti di fama ed esperienza. Oltre all’insegnamento ai ragazzi non solo di saperi, ma anche di utilizzo del pensiero critico. Questo rivoluzionerà le scuole e cambierà le vite. Una lezione chiara. Che deve solo essere insegnata.
«Corriere della sera» del 10 giugno 2016

09 giugno 2016

I musei d’impresa italiani: una risorsa da valorizzare

Tra creatività e industria
di Vincenzo Trione
Espressione del felice intreccio tra industria, creatività e territori, attrattivi per i pellegrini del nascente fenomeno del turismo industriale, devono essere considerati come elementi significativi nel nostro sterminato patrimonio artistico-culturale
Alcuni esempi: il Museo del Cappello Borsalino di Alessandria e la Galleria Campari di Sesto San Giovanni; la Casa Martini di Pessione e la Fondazione Pirelli di Milano; il museo della plastica PLART di Napoli e quello sul tessile di Busto Arsizio; quello sulla Birra Peroni di Roma e quello della Kartell di Noviglio; quello sulla macchina del caffè di Binasco e quello sulla liquirizia Amarelli di Rossano; quello della Ferrari di Modena e Maranello e quello della Perugina di Perugia; quello sulle motociclette di Tradate e quello sul cavallo giocattolo di Grandate; quello sull’Alfa Romeo di Arese e quello sulla Ducati di Borgo Panigale; la Zucchi Collection di Milano e l’Officina Profumo Farmaceutica di Firenze; la Collezione Maramotti di Reggio Emilia e il Museo Ferragamo di Firenze. Senza dimenticare i musei sul web, come il Valentino Garavani e il Magneti Marelli.
Sono, questi, alcuni tra i più importanti musei d’impresa italiani. Rappresentano un’unicità a livello internazionale. Disseminati sul territorio nazionale (soprattutto al Nord), per iniziativa di aziende più o meno grandi, sono dedicati a diversi settori del made in Italy: cibo, design, moda, motori, editoria, artigianato. Sono strutture espositive legate indissolubilmente a un determinato marchio, perché vi appartengono o ne sono finanziate o perché narrano le storia di quel marchio e dei suoi prodotti. Non vanno giudicate come piccole gallerie nelle quali un’azienda consacra se stessa, proponendo il défilé delle sue eccellenze. Nella maggior parte si tratta dei casi di autentici micromusei, le cui «azioni» sono sorrette dal rispetto di precise strategie di marketing: innanzitutto vogliono potenziare la reputazione del brand image e a consolidare i legami con i contesti che li ospitano.
Rappresentano, inoltre, gli spazi ideali dove si compie una sorta di «pacificazione» tra produttore e consumatore. Attraverso questi musei, un’impresa non vuole vendere qualcosa a un cliente, ma intende raccontare se stessa. Mira a portarsi al di là della celebrazione dei suoi interessi privati, per trasformare le sue «esperienze» in momenti della memoria collettiva. Tra i tratti comuni: la forte attenzione assegnata allo storytelling, come rivela il ricorso ad allestimenti seduttivi e coinvolgenti. Tra i limiti di queste realtà piuttosto eccentriche: una certa approssimazione nelle metodologie archivistiche adottate; una qualche debolezza sul piano curatoriale nei criteri utilizzati per progettare esposizioni e mostre; spesso la mancanza di figure indispensabili come quelle di conservatori, mediatori culturali; il ricorso a direttori non sempre attrezzati dal punti di vista storico-critico; infine una paradossale ingenuità sul fronte comunicativo e autopromozionale.
Nonostante queste «genericità», i musei d’impresa possono diventare una straordinaria risorsa per il nostro Paese. Espressione del felice intreccio tra industria, creatività e territori, attrattivi per i pellegrini del nascente fenomeno del turismo industriale, devono essere considerati come elementi significativi in quella fitta punteggiatura di rivelazioni che è il nostro sterminato patrimonio artistico-culturale. Attendono di essere iscritti all’interno della ricca rete di cui fanno parte anche i musei tradizionali, quelli d’arte contemporanea e le fondazioni impegnate a documentare le traiettorie delle tendenze odierne. Diversamente da Brera, dagli Uffizi o da Capodimonte, questi micromusei non hanno bisogno di risorse economico-finanziarie. Ma chiedono di essere ascoltati e valorizzati da istituzioni come il Ministero dei Beni Culturali, oggi molto (forse troppo) attive, ma talvolta impegnate soprattutto a misurarsi con situazioni e con gesti di immediato impatto mediatico.
«Corriere sella sera» dell'8 giugno 2016

06 giugno 2016

Facebook annuncia DeepText: "La nostra intelligenza artificiale capirà tutto ciò che scrivi"

Il sistema trae la sua forza dal deep learning, cioè da quella tecnologia d'apprendimento automatico che mima il comportamento dei nostri neuroni, ed è già in grado di capire il contenuto testuale di svariate centinaia di post al secondo in più di venti differenti linguaggi con un'accuratezza "quasi umana"
di Rosita Rijtano
Capirà tutto ciò che scriviamo con un'accuratezza "quasi umana". È l'intelligenza artificiale di Facebook, che adesso ha a disposizione un nuovo strumento, appena annunciato in un post sul blog ufficiale della compagnia e firmato da tre dipendenti: Aparna Lakshmiratan, Ahmad Abdulkader e Joy Zhang. Chiamato DeepText, stando a quanto dicono i suoi creatori, è già in grado di capire il contenuto testuale di svariate migliaia di post al secondo, in più di venti linguaggi differenti. Ma farà sempre meglio, giorno dopo giorno. Un sistema che trae la propria forza dal deep learning, cioè da quella tecnologia d'apprendimento automatico, sviluppata a partire dagli anni Ottanta, che simula il comportamento dei neuroni umani. E si affina con l'esperienza.
Una scelta quasi obbligata. Perché, come spiegano dal team, la lettura di un testo richiede molteplici abilità: la capacità di fare classificazioni generali che sono necessarie per stabilire quello di cui si parla; il riconoscimento dei soggetti, ad esempio i nomi dei giocatori, e di altre informazioni utili. Così l'obiettivo da raggiungere è insegnare ai computer a comprendere slang e doppi sensi di cui ci serviamo nei discorsi quotidiani. A capire se quando si digita "Mi piace BlackBerry", che in italiano vuol dire mora, si intende la marca dello smartphone oppure il frutto. In altri termini, ad avere piena padronanza del linguaggio naturale. O quasi. Un obiettivo verso cui si stanno indirizzando gli sforzi di molti big del mondo della tecnologia. In casa Facebook sono convinti: solo attraverso questo tipo di tecnica, che utilizza i dati in maniera efficiente, ci si può avvicinare alla meta. "È un passo in avanti verso la costruzione di macchine intelligenti in grado di comunicare con gli umani in modo smart", ha commentato in un'intervista alla rivista statunitense Slate Hussein Mehana, uno degli ingegneri a servizio di Mark Zuckerberg.
Nell'immediato futuro Menlo Park conta di sfruttare DeepText per classificare ogni contenuto fatto di parole che viene pubblicato sulla piattaforma: oggi si parla di due trilioni di post. Una conquista necessaria per profilarci ancora più nel dettaglio e offrirci suggerimenti rispondenti ai nostri interessi, sia per quel che concerne i contenuti da vedere sulla timeline sia per i servizi che il social network mette a disposizione al proprio interno. Al momento lo strumento viene testato in due modi. Primo: in Facebook Messenger permette all'intelligenza artificiale di capire, tra le altre cose, quando chattando con un amico abbiamo bisogno di un passaggio e di darci immediatamente l'opportunità di chiamare un taxi. Secondo: di conoscere se stiamo cercando di vendere qualcosa. In questo caso vedremo subito comparire in bacheca la pubblicità dei servizi sviluppati da Mark Zuckerberg & Co. che aiutano a concludere l'affare nel recinto della rete blu. Senza bisogno di rivolgerci altrove. Ma, annota Quartz, il nuovo motore "intelligente" potrebbe essere usato anche per raffinare le ricerche dentro al social. Che in questo modo si configura ulteriormente come un ecosistema a sé stante, autarchico, in cui è possibile fare di tutto: da ordinare la pizza allo scambio di denaro, passando per le telefonate. In diretta concorrenza con Google.
Ultima, ma non per ordine d'importanza, è la possibilità di impiegarlo per filtrare lo spam o eliminare i commenti e i post offensivi. Del resto, non sarebbe una novità se si pensa alle tecniche di riconoscimento delle immagini ampiamente sfruttate. Proprio nei giorni scorsi il sito di tecnologia TechCrunch riportava che adesso i sistemi di intelligenza artificiale di Facebook segnalano molte più foto lesive, o considerate tali, degli umani. E a quanto pare tutto ciò presto potrebbe accadere per i testi e forse pure per le notizie, dietro la cui selezione fino ad ora c'è stato lo zampino della mano umana. Si prospetta uno scenario non privo di distopie, come dimostrano i casi di famose opere d'arte (L'origine del mondo di Gustave Courbet), foto di statue (la sirenetta di Copenaghen) e istantanee artistiche. Colpevoli di violare le regole del buon costume imposte dal network, censurate senza appello, semplicemente perché non capite.
«La repubblica» del 2 giugno 2016

09 aprile 2016

Se non si rispetta l’autorità, la scuola non può educare

Il modello pedagogico di una comunità orizzontale, fatta da insegnanti, famiglie e studenti sempre in cerca di un compromesso non funziona. Azzerare le gerarchie delegittima il corpo docente
di Adolfo Scotto di Luzio
Ciò che sta accadendo a Roma, in questi giorni, al liceo Virgilio, non riguarda semplicemente il consumo di hashish tra gli adolescenti, ma è in realtà una disputa sulla scuola pubblica e sul suo destino. Se cioè questa scuola debba rassegnarsi a sprofondare nella più totale disorganizzazione o se invece essa sia autorizzata a riaffermare il proprio diritto a orientare moralmente e intellettualmente i giovani.
A sentire certe madri fa più impressione il carabiniere che arresta lo spacciatore a scuola che lo spacciatore stesso preso a vendere hashish ai ragazzini durante l’ora di ricreazione. È successo, come dicevo, a Roma pochi giorni fa. Ma è sicuro che ogni volta che accade una cosa del genere c’è sempre qualcuno che invoca dialogo e non repressione. A Bologna, ad esempio, ai primi di marzo, liceo Bassi, i carabinieri hanno trovato marijuana in classe. Anche allora l’immancabile «madre dello studente» volle dichiarare ai giornali il suo sconcerto. La presenza della polizia a scuola non mi rassicura, disse al «Corriere di Bologna»: è un «messaggio diseducativo e non propositivo». A Roma è un’altra madre a parlare, questa volta niente meno che dalle pagine nazionali di Repubblica. Intervistata il primo di aprile dichiara che ciò che è accaduto al liceo Virgilio è un «blitz da Far West» e come tale andava evitato. Gli spacciatori vanno fermati, certo; meglio però sarebbe stato convocare il giovane colto in flagrante a un colloquio privato, dice.
Non tutte le scuole sono uguali e con ogni evidenza non lo sono le famiglie che vi mandano i propri figli. In questi mesi episodi analoghi a quello del liceo romano sono accaduti in mezza Italia, da Ferrara a Carate Brianza, da Monza a Ravenna, a Macerata, a Pontedera. Nessuna di queste vicende tuttavia ha assunto il clamore mediatico dei fatti del Virgilio. Gli adolescenti di provincia continuano a rintronarsi di canne nei bagni di sperduti istituti professionali nel disinteresse generale.
La posizione di dominanza delle famiglie di un prestigioso liceo della capitale, prossime alla politica, alla stampa quotidiana, alla televisione, ha fatto sì invece che a Roma la questione smarrisse ben presto i suoi termini reali per trasformarsi in un processo al preside sceriffo, colpevole di voler fare della scuola un bunker. Contro la concezione della scuola come comando di uno solo, collettivi studenteschi e genitori democratici debitamente organizzati in lista invocano la mediazione, il dialogo, la scuola come comunità educante orizzontale, fatta da insegnanti, famiglie, studenti, impegnati in una continua, ininterrotta, ricerca del compromesso.
È facile riconoscere l’inconsistenza di simili richieste. Non solo perché la comunità educante semplicemente non esiste, è una ispirata finzione pedagogica priva di qualsiasi riscontro nella vita reale. Ben più corposamente, nella scuola si muovono ormai da anni interessi particolari, gruppi organizzati, fazioni. E quando la pretesa di questi gruppi di imporre la mediazione tra parti organizzate soverchia l’autorità dell’istituzione questa smette semplicemente di funzionare. Nessuna educazione può essere infatti compiacente. E ogni educazione richiede, per potersi esercitare con una qualche efficacia, l’autorità intatta degli insegnanti. Troppo spesso si dimentica che l’educazione è un fatto eminentemente gerarchico. Ora è evidente che nessuna educazione si esercita se la vita degli studenti si sottrae ai principi elementari della legalità. Ripristinare questa legalità è il requisito minimo perché la scuola possa assolvere al suo compito educativo. Senza questa base di partenza, tutto il resto è inevitabilmente costruito sul nulla.
Ho detto educazione. Se si guarda bene è facile accorgersi che dietro la feroce opposizione al preside del Virgilio e alla sua decisione di chiamare i carabinieri agisce una convinzione più generale che si è largamente diffusa in questi ultimi vent’anni, l’idea cioè che la scuola pubblica, come istituzione laica affidata alle cure dello Stato, non abbia in fondo più niente da fare sul terreno della formazione delle giovani generazioni. Se lo Stato non vuole rinunciare a educare i suoi giovani non può non formare questi giovani sul terreno della disciplina. E la disciplina è sempre duplice, contemporaneamente regola e contenuto. Buona condotta per mezzo di un rigoroso abito della mente ben educata.
È questo allora il vero oggetto della disputa che la vicenda di Roma pone all’opinione pubblica italiana, se la scuola come istituzione nazionale possa ancora formare i suoi studenti o se invece debba rassegnarsi a diventare il teatro, sempre più degradato tra l’altro, di un democraticismo pedagogico inconcludente e avulso dalla realtà del Paese.
«Corriere della sera» dell'8 aprile 2016

Liceo Croce, guerra del sabato libero

La direzione: "La scelta dovuta all'unione con l'Aleramo". I ragazzi: "No esigenze del personale"
di Laura Mari
Niente lezioni di sabato e al liceo si scatena la rivolta. Succede all'istituto d'istruzione superiore Croce- Aleramo, in via Battista Bardanzellu, a Colli Aniene. Qui il consiglio d'istituto a marzo ha deliberato l'avvio della settimana corta, con lezioni dal lunedì al venerdì, per l'anno 2016-2017. Una decisione che non è piaciuta a professori e studenti, che ora minacciano le barricate e protestano a suon di petizioni e sit-in. «Non capisco tutto questo clamore, la delibera è stata votata secondo quanto previsto dal regolamento» dice la dirigente scolastica, Emilia D'Aponte. Ma docenti e alunni replicano: «Ci è stata imposta una decisione dittatoriale per le esigenze di bidelli e personale tecnico».
La bagarre inizia a dicembre, quando nel consiglio d'istituto, dopo che il collegio dei docenti aveva già a maggioranza espresso parere favorevole al passaggio dalla settimana lunga alla settimana corta, il tema viene messo all'ordine del giorno. «Nel 2015 i licei Croce e Aleramo sono stati accorpati e da lì sono emersi i primi problemi organizzativi — spiega la preside D'Aponte — al Croce le lezioni erano dal lunedì al sabato, all'Aleramo vigeva la settimana corta ». Il personale Ata (bidelli, assistenti tecnici, vigilanti) del nuovo istituto accorpato hanno quindi chiesto alla dirigente scolastica di rivedere l'orario dell'offerta formativa, perché alcuni di loro lavoravano anche il sabato, con diversità nei tipi di contratto.
A marzo, dunque, il consiglio d'istituto approva l'avvio della settimana corta per l'anno 2016-2017. «Una vergogna» sbotta Francesco Maria Aleramo [Toscano - correzione mia], docente di italiano e latino del liceo Croce-Aleramo. «Professori e studenti non sono stati interpellati — prosegue — e ora ci ritroviamo a subire la dittatura del personale Ata, questo nonostante un referendum tra gli studenti del Croce abbia espresso parere contrario alla settimana corta». Ma, replica la preside, «non esiste più il Croce o l'Aleramo, ora c'è un nuovo liceo, unico».
I genitori, però, sono furiosi e minacciano di richiedere il nulla osta per spostare, l'anno prossimo, i propri figli altrove. E gli studenti hanno già alzato le barricate: «Per due giorni non siamo entrati a scuola» racconta Cristian Ragaglia, rappresentante degli studenti. «La delibera è legale — ammette Cristian — ma è assurdo che proprio noi non siamo stati consultati». Uscendo alle 14 invece che alle 13, prosegue, «ci saranno problemi per fare sport o corsi di lingua e per i genitori che devono riportare i figli a casa». Insomma, meglio studiare anche il sabato.
«la Repubblica» dell'8 aprile 2016

27 marzo 2016

Più che mai misericordia

Le apocalissi di oggi e l’urgente risposta
di Francesco D’Agostino
Sono tre i macro-fenomeni che stanno lacerando la modernità (o per essere più precisi, la post-modernità): la violenza terroristica, l’immigrazione incontrollabile, la destrutturazione del matrimonio e della famiglia. Sembrano tre fenomeni molto diversi tra loro e vengono infatti giudicati molto diversamente, almeno da parte dell’ opinione pubblica occidentale: all’unanime deprecazione del terrorismo (deprecazione cui si unisce, per fortuna, anche gran parte dell’opinione pubblica musulmana) si accompagna l’estrema difficoltà di trovare uno stesso registro per qualificare i flussi immigratori (quale prevale? Quello demografico, quello antropologico, quello solidaristico, quello economico, quello xenofobo…?) e la vistosa spaccatura valutativa per quel che concerne la questione della ridefinizione del matrimonio e della famiglia (ridefinizione ritenuta doverosa da alcuni, nel segno di un allargamento dell’orizzonte dei diritti, e rovinosa da altri, nel segno di una mutazione antropologica dalle conseguenze rischiosissime e imprevedibili).
Sono davvero così diversi tra di loro questi tre fenomeni? Certamente sono diversi, ma rinviano tutti e tre, ciascuno ovviamente a suo modo, a una sorta di apocalisse, nel senso etimologico del termine, da intendere quindi non come catastrofe, ma come rivelazione, inaspettata e conturbante, della sostanza nascosta dell'anima moderna, della sua lacerazione tra secolarismo estremo ed estremo fondamentalismo, tra le ragioni dell’economia e quelle della fame e della paura, tra la perdita della speranza nell’uomo e il tentativo (illusorio e grottesco) di "ricostruirlo". Dal terrorismo, dai flussi migratori, dalla fine di un mondo la destrutturazione della famiglia emerge con sempre maggiore evidenza: quel mondo in cui si è cercato di controllare e dare limiti alla crudeltà e alla guerra, quel mondo in cui l’ospitalità era intesa come un dovere di misericordia, quel mondo in cui matrimonio e famiglia erano pensati in un orizzonte non individualistico, ma relazionale, aperto non al presente, ma al futuro.
Di qui l’angoscia che ci pervade e che in particolare sfida i cristiani, uomini e donne di speranza, che percepiscono di fronte a questo duro presente l’apparente inadeguatezza della loro visione, per così dire "tradizionale", del mondo. La fine di un mondo però non va confusa con la fine del mondo. La società a base cristiana (e la nostra di oggi lo è solo in parte) si è già confrontato, nella sua storia, con crisi analoghe e forse anche più dure della crisi del nostro tempo: quando, per esempio, la tarda antichità è implosa, quando l’unità della Chiesa è andata in frantumi, prima con lo scisma d’Oriente, poi con l’avvento della Riforma, o quando, agli inizi dell’epoca moderna, ha dovuto prendere atto, anche con sbigottimento, dell’esistenza di altri continenti e di altri popoli e culture.
La gestione e a volte la soluzione di queste crisi non sono state affidate, in passato, a lucidi progetti pianificati 'a tavolino': ma quando si è cercato di procedere in questo modo si sono solo ottenuti disastri. La Chiesa, quando si è lasciata guidare dalle sue forze migliori, si è sempre invece affidata allo Spirito, che sa dove 'soffiare' e che soprattutto soffia dove vuole.
Di qui una serie di insegnamenti profondi: non esistono 'tecniche' per fronteggiare crisi epocali come quelle di cui siamo testimoni, non ha senso gestirle attivando conflitti circoscritti, ancorché di grande rilievo, né possiamo pensare di poter ridurre l’impegno degli uomini di buona volontà a pur nobili (e necessarie!) prassi educative, comunicative, solidaristiche. Allo smarrimento dell’anima moderna non si possono dare risposte 'funzionali'. Prima di interrogarci su 'come' dobbiamo agire, dobbiamo tornare a porci la domanda su 'cosa' significhi propriamente per l’uomo 'agire'. La misericordia, sulla quale papa Francesco ci impegna tutti a meditare, in questo Anno Santo, non è la chiave per ottenere la soluzione dei problemi che ci affliggono, ma è l’unico orizzonte di senso a nostra disposizione per capirli. È a nostra disposizione perché Dio ce lo ha rivelato, affidandone l’uso alla nostra responsabilità. Siamo in grado, qui e ora, di rispondere davvero alle provocazioni della misericordia?
«Avvenire» del 24 marzo 2016

26 marzo 2016

Convivenza, è la scuola dove la sfida si decide

di Eraldo Affinati
Ogni bomba che esplode in Europa ci riporta indietro nei secoli, in un vortice di reciproche incomprensioni. Crollano i ponti. Si alzano i muri. Tornano i fantasmi del passato. Tutto il lavoro umano che è stato compiuto in questi anni difficili sembra vanificato nel sangue dei corpi dilaniati.
Eppure noi dobbiamo continuare a scommettere sul futuro: non abbiamo altra scelta.
Il tema resta sempre quello educativo: raccogliere il testimone da chi ci precede per consegnarlo a chi verrà dopo, nella speranza che non sia un tronco bruciato, ma una moneta d’oro. La scuola diventa il luogo elettivo del confronto antropologico, il campo operativo della sfida decisiva: nessuno deve rinunciare alla propria identità, ma tutti dovrebbero rispettare quella altrui. È necessario trovare delle piattaforme comuni d’intesa e la nostra Costituzione indica grandi ed essenziali princìpi. I linguaggi non devono essere specialistici: si tratta di un lusso che non possiamo più permetterci. Io credo di poter interpretare così l’umanesimo integrale di papa Francesco.
L’altra sera, all’indomani degli attentati in Belgio, ero a cena con Khaliq, originario della Sierra Leone, mio ex studente alla Città dei Ragazzi di Roma, riuscito a sopravvivere dopo aver perso i contatti con la famiglia originaria. Oggi ha un lavoro, una moglie e un bambino di pochi mesi. Ogni mattina, all’alba, prega in ginocchio sotto lo sguardo incantato di Sharif, il figlio piccolo. Cosa ne faremo dello stupore di questo nuovo italiano di fronte alla fede del padre? Quali scenari costruiremo intorno alla sua meraviglia?
Se pensassimo che basterà concedergli l’assistenza sanitaria e iscriverlo alle elementari, allora Molenbeek, il quartiere di Bruxelles che ha favorito e protetto prima la fuga, poi la latitanza di Salah Abdeslam, non ci avrà insegnato niente.
Il lavoro che ci aspetta è molto più profondo: pre-politico, pre-giuridico, pre-sociale, pre-religioso. Siamo chiamati ad assumerci la responsabilità dello sguardo altrui. Il che significa creare i presupposti per una relazione umana libera dal pregiudizio e dall’ideologia.
Faccio un solo esempio concreto. Da quest’anno la nuova riforma dell’istruzione italiana prevede che gli studenti delle medie superiori svolgano, nel quadro dell’alternanza scuola-lavoro, un periodo di tirocinio attivo presso aziende, enti o associazioni. Si tratta di una preziosa opportunità che non dovremmo sottovalutare. Nei mesi scorsi, grazie al sostegno attivo di molti volontari della Penny Wirton, una scuola di lingua italiana per immigrati, ho cercato di formare un gruppo di liceali romane a questo tipo di insegnamento. Vedere Chiara o Sonia, della terza C, impegnate di pomeriggio a scandire le sillabe con Mohamed e Ismail, analfabeti nella lingua madre, rafforza la nostra tensione partecipativa: in quale altro luogo gli adolescenti egiziani, appena arrivati dal Delta del Nilo, avrebbero potuto trovare una simile accoglienza?
«In Africa, in Asia, nell’America latina, nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano d’esser fatti eguali», scriveva don Lorenzo Milani. Adesso, quasi cinquant’anni dopo, i ragazzi annunciati dal priore di Barbiana sono fra noi. E hanno il medesimo antico, identico problema dei piccoli mugellani: imparare la lingua. Che non significa solo saper coniugare il verbo essere e avere. Vuol dire crescere, diventare adulti, unire il pensiero e l’azione, dare senso all’esperienza, capire la preghiera del padre, prima ancora di accettarla o rifiutarla. Soltanto se loro, sparute avanguardie di popoli in movimento, avranno compiuto questo percorso interiore non da soli ma con noi, potremo dire, tutti insieme, di aver fatto terra bruciata intorno ai terroristi.
«Avvenire» del 26 marzo 2016

Twitter, il ring della bella lingua

di Giacomo Gambassi
Dieci anni di cinguettii. Era il 21 marzo 2006 quando veniva cinguettato il primo tweet della storia che poi sarebbe stato ritwittato più di 66mila volte. Diceva: «Just setting up my twttr» (“sto solo impostando il mio Twitter”). L’autore era jack, pseudonimo di Jack Dorsey, un informatico del Missouri e fondatore del servizio di “microblogging” che ha fatto dei messaggi brevi, simil-sms, il suo punto di forza. Lunedì l’uccellino azzurro – simbolo del social network – festeggia i dieci anni online ma l’anniversario coincide con una fase di difficoltà: gli utenti attivi sono fermi a quota 320 milioni (a fronte di 1,5 miliardi di Facebook); a gennaio sono crollati i titoli di Twitter; e quattro manager hanno abbandonato l’azienda. In Italia gli utenti registrati sono 8,3 milioni mentre quelli attivi sono la metà. Per rilanciare la piattaforma si pensa di abbattere la barriera dei 140 caratteri: a breve potrebbero essere condivisi messaggi fino a 10mila caratteri.
Un ortaggio coltivato nella Terra dei fuochi, quell’angolo della Campania avvelenato dai rifiuti tossici, è stato ribattezzato mortaggio. Per descrivere un supergoloso del web, al limite della bulimia, qualcuno ha inventato l’aggettivo gugoloso. Le millecinquecento pagine del romanzo Guerra e pace di Lev Tolstoj sono state riassunte nella frase: “Lui ama lei, lei ama un altro e intanto Napoleone invade la Russia”. E che dire di alcuni tormentoni entrati nell’immaginario collettivo come Staisereno (l’hashtag indirizzato da Matteo Renzi all’allora premier Enrico Letta poco prima di silurarlo da Palazzo Chigi nel 2014)? Twitter compie dieci anni lunedì e, a conti fatti, può essere considerato una sorta di piccolo manuale del “buon italiano”. Perché «favorisce la creatività espressiva, aiuta a coniare nuove parole, incoraggia la brevità, insegna a riassumere testi complessi e permette di divertirsi con i grandi titoli della letteratura», sostiene il docente di linguistica italiana all’Università di Cagliari, Massimo Arcangeli. Al social network su cui possiamo scrivere messaggi di non più di 140 caratteri lo studioso che collabora con la Società Dante Alighieri e l’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani ha dedicato il libro Breve storia di Twitter (Castelvecchi; pagine 176; euro 16,50) in cui ne elogia le potenzialità linguistiche e persino didattiche.

Eppure, professore, oggi Twitter è in crisi. Crolli in borsa, fughe di cervelli, crescita troppo lenta sono le difficoltà con cui si confronta il social.
«Ciò è dovuto al fatto che è un sistema comunicativo asimmetrico. Posso avere un milione di persone che seguono il mio profilo ma non seguirne alcuno. Questo contrasta con la logica della partecipazione e della condivisione al centro delle maggiori reti sociali come Facebook. E su Twitter si fa fatica a creare processi a catena, a meno che non siamo di fronte a grandi eventi».

In quali avvenimenti la piattaforma è stata protagonista?
«Penso alle diverse primavere arabe. Attraverso questo strumento è stato possibile diffondere in modo estremamente rapido messaggi in tutto il mondo, magari accompagnati da un’immagine. E sta proprio nella brevità la sua carta vincente che, però, rappresenta anche il maggiore limite».

A proposito di brevità, come viene letta da uno studioso della lingua?
«Oggi abbiamo più che mai bisogno di tornare a fare riassunti. Molti giovani e adulti hanno seri problemi nel comprendere e sintetizzare un testo. Ecco, Twitter consente di unire l’utile al dilettevole e in questi anni si è sviluppata un’autentica twitteratura, vale a dire il vezzo di “accorciare” e quindi far conoscere i classici. I risultati sono non solo spassosi ma anche sorprendenti. Cito l’iniziativa della Società Dante Alighieri con cui nel 2013, in occasione dei 700 anni della nascita di Boccaccio, si invitava a riassumere una novella del Decameron in un tweet. C’è chi ha riscritto in chiave di cronaca nera le storie della quarta Giornata, chi ha proposto con piglio post-futurista alcuni racconti del genio toscano, chi si è cimentato in esperimenti micronarrativi dai tratti surreali. Tutto ciò mostra come Twitter sia in grado di stimolare l’inventiva e come da questa piattaforma passino più facilmente che da altre la prosa e la poesia “alte”. Del resto su Twitter la qualità dei testi è di gran lunga superiore a quella dei principali social network».

In quale modo ha inciso sul lessico?
«Twitterini o cinguettatori sono vocaboli che l’uccellino azzurro ha partorito. Ma non sta tanto qui la svolta. Se devo concentrare un’idea in una manciata di caratteri, non solo devo sforzarmi di elaborare un contenuto che sia efficace ma anche di renderlo stilisticamente appetibile e frizzante. Così Twitter si trasforma nell’arena dove le metafore, gli aforismi e comunque l’uso brillante della lingua sono di casa. Osserviamo gli hashtag che si sono imposti: sono “bussole” o titoli che condensano quanto abbiamo in mente».

Si può parlare di twittabolario, ossia di un dizionario di neologismi forgiato sul social?
«Twitter si basa sul gioco di parole e ha contribuito a creare nuovi termini, più o meno scherzosi, corredati di una propria definizione. Si tratta di approcci utili allo sviluppo della lingua. In Rete circolano alcune raccolte curiose di parole scaturite grazie alla piattaforma. Ad esempio bugivéra, ossia un qualcosa che non è né bugia, né verità, oppure logopista, cioè chi mette sotto i piedi il logos».

Ma non mancano gli errori grammaticali o sintattici. Ha fatto epoca il “qual’è” con l’apostrofo dello scrittore Roberto Saviano in un tweet del 2011.
«La lingua delle reti sociali va considerata diversa da quella scritta. È una lingua che nasce già fortemente contaminata dall’oralità. Non possiamo giudicare con la stessa severità un refuso di un testo ufficiale e uno presente su Twitter o Facebook. Può accadere che, a causa della rapidità, non facciamo tutti i necessari controlli prima di mettere online un tweet o un post. Per questo serve una certa indulgenza ».

Anche il Papa si affida a Twitter. Come lo utilizza Francesco? «Dall’account @Pontifex_it sono passati 712 tweet dal 13 marzo 2013, giorno della sua elezione al soglio pontificio, allo scorso 18 febbraio. La classifica dei sostativi più ricorrenti è guidata da vita (oltre 80 attestazioni) e amore (oltre 70); seguono cuore, gioia, misericordia, fede, preghiera, famiglia, pace, speranza e peccato (oltre 40). Sono parole di uso comune: e non c’è da stupirsi. Se l’italiano è intriso di Vangelo, il cristianesimo è da sempre molto permeabile al lessico fondamentale della nostra lingua. Fra le peculiarità lessicali di Bergoglio spicca qualche termine insolito, come tenerezza e pazienza. Aggiungo che con il suo stile pacato il Papa restituisce dignità a un mezzo che spesso è impiegato per offendere o prendere a sciabolate gli avversari».

E Twitter ha permesso di riscoprire il cancelletto, diventato il simbolo di questo strumento per il fatto di indicare le parole- chiave.
«Come nel caso della chiocciola legata all’email, anche il cancelletto è un segno antichissimo. Le sue origini affondano nel pavimento di una grotta marina neanderthaliana prossima a Gibilterra dove si trova un cancelletto formato da tredici linee. Non sappiamo quale fosse la sua funzione ma in latino diventerà il compendio della parola numero: una N sbarrata. Così lo troviamo, secondo l’impostazione anglosassone, nel tastierino del cellulare. In Twitter entra perché è un simbolo poco usato e per di più visivamente carino. Ritengo che il cancelletto, a differenza del suo nome che richiama alla chiusura, rappresenti sul nostro social un’apertura alla comunicazione. Un invito per tutti a mettersi in dialogo con la parola e con gli altri».
«Avvenire» del 19 marzo 2016

Antichi greci, il saggio di Edith Hall: «Una civiltà fondata sul mare»

Il libro legge il mondo ellenico attraverso il suo legame con il Mediterraneo
di Giorgio Montefoschi
Gli antichi greci — scrive Edith Hall, professoressa di Lettere classiche al King’s College di Londra, nel suo bel libro intitolato per l’appunto Gli antichi greci (Einaudi) — quasi mai si insediavano a più di quaranta chilometri dal mare (vale a dire, una giornata di cammino); e i viaggi per mare erano intimamente legati al senso della loro identità. Ma il mare — l’Egeo meraviglioso, azzurro cupo e azzurro smagliante, profumato di iodio e di salsedine, nonché dell’inconfondibile aroma delle erbe selvatiche e dei pini che il vento sospinge da terra e arriva miracolosamente fino a dove la terra scompare — non era soltanto il luogo della conoscenza e della conquista: era, nel medesimo tempo, il luogo nel quale i guerrieri e i poeti, i re e i contadini che lo contemplavano piantando la vigna e l’ulivo, si abbandonavano alla riflessione. Anòixis, l’antica parola greca sopravvissuta nel linguaggio moderno per indicare la stagione della primavera (la stagione che apre l’anno), ha diversi significati e può anche indicare sia il momento in cui una nave naviga in lontananza, e segue la sua rotta in mare aperto, sia il momento in cui la mente umana afferra e comprende pienamente per la prima volta un’idea.
Gli eroi della mitologia greca erano provetti nuotatori e tuffatori straordinari. Durante il suo viaggio a Creta uno dei loro antesignani, Teseo — figlio di Poseidone e fondatore della democrazia ateniese — accogliendo la sfida di immergersi nei flutti per recuperare l’anello di Minosse, lo aveva dimostrato fra i primi. Secondo Tucidide, Minosse «fu il più antico di coloro che conosciamo attraverso la tradizione a possedere una flotta ed avere il controllo della maggior parte del mare oggi chiamato greco, ottenne il dominio delle Cicladi e fu il primo colonizzatore della maggior parte di esse». Con ogni probabilità, la storia greca inizia quando gli uomini di mare micenei fecero vela verso sud e irruppero nella civiltà di quel popolo misterioso — amante del lusso e delle geometrie, della danza e del vino — e, da Creta, diventarono loro i padroni del mare.
Nell’VIII secolo a.C., l’epoca alla quale appartengono i lunghi poemi attribuiti a Esiodo e Omero che a memoria venivano recitati nelle cerimonie festive e i naviganti portavano con sé ovunque andassero, i Micenei, come prima era accaduto ai Minoici, erano scomparsi da moltissimo tempo: inghiottiti in un vero e proprio abisso. Di questi antenati valorosi e crudeli, irosi e saggi, spesso imparentati con gli dèi, i greci dell’età arcaica sapevano ben poco, oltre al fatto che avevano goduto di regni e ricchezze invidiabili, e che i loro re abitavano in grandi palazzi difesi da mura possenti. Che il mare fosse al centro della loro esistenza era, tuttavia, evidente.
Se l’Iliade si apre con l’indimenticabile scena nella quale Achille, corrucciato e piangente per il torto subito da Agamennone, sulla «riva del mare spumoso» guarda la «distesa infinita» e prega sua madre Teti di venire a vendicarlo — lei viene, sale dalle profondità marine, gli si siede accanto, lo sfiora con la mano e gli chiede: «Figlio, perché piangi? Quale dolore t’è entrato nel cuore?»: la traduzione è quella, splendida, di Giovanni Cerri (Rizzoli) —, l’Odissea è l’archetipo del viaggio per mare e «Ulisse il marinaio», come scrive Edith Hall, «è l’incarnazione mitica di tutti i greci in carne ed ossa che, in età arcaica, navigarono con le loro navi in acque sconosciute, attraverso il Mediterraneo e il Mar Nero, alla ricerca di nuove terre e avventure». La sua dimestichezza con la vita marinara che, dopo il ritorno a Itaca e le successive peregrinazioni, lo accoglierà con una «dolce morte», è testimoniata ad ogni passo: Ulisse è un maestro d’ascia capace di costruire in soli quattro giorni (dall’abbattimento degli alberi alla cucitura delle vele) la zattera con la quale abbandonerà l’isola della ninfa Calypso; regola sugli astri le rotte; naufrago, riesce a resistere con la sua propria forza alla tempesta che lo porterà nell’isola dei Feaci.
Prima di partire, già allora e nei secoli successivi, verso nuovi lidi da colonizzare, e l’ignoto, i greci — che Platone definisce nel Fedone «come formiche o rane intorno a uno stagno» — si recavano a Delo, l’isoletta delle Cicladi, a consultare l’oracolo di Apollo. Quindi slegavano le corde, riempivano le stive, scioglievano le vele, mettevano mano al remo. Le navi erano grandi, e molto ben fatte. Per muoverle, se il vento non era propizio, occorrevano numerosi vogatori. Perché li aiutassero a mantenere il ritmo mentre remavano, gli antichi marinai greci impiegavano i musicisti. Il suono penetrante e lamentoso degli strumenti a fiato attirava i delfini. «O navi gloriose che alla voga/di remi senza numero/passaste un giorno a Troia», cantano nel primo stasimo dell’Elettra di Euripide le giovani contadine di Argo,«conducendo le danze/con le Nereidi in gara,/mentre il delfino al suono/del flauto che lo ammalia,/balzava intorno ai nereggianti sproni/delle prore cerulee,/e torcendosi in arco/segnava con le sue volute il corso/ad Achille di Tetide,/piede leggero al salto...» (la traduzione è di Carlo Diano).
I delfini — associati al culto di Dioniso, che nel mito arrivava per mare, a volte su una nave sulla quale pendevano i grappoli dell’uva, accompagnata da delfini — non si limitavano a partecipare con i loro balzi festosi, i loro tuffi e le loro capriole, a quella ebbrezza sconvolgente creata dalla dolcezza della musica, dal vigore delle braccia, dalle spume bianche sulla cresta delle onde. Erano amici dell’uomo e, come mostrano le monete di numerose città sia della Grecia continentale che di quella insulare nelle quali sono effigiati uomini a cavallo di delfini, correvano a salvarli prima che annegassero.
Appena toccavano la riva di una nuova isola o un nuovo lembo finora inesplorato di costa, gli antichi marinai greci, dopo aver messo in sicurezza la nave, trasportavano a terra le vettovaglie, sacrificavano agli dèi, e organizzavano il simposio: accendevano un grande fuoco attorno al quale stendevano dei morbidi panni, uccidevano e arrostivano un animale, scacciavano i timori e le ansie che li avevano tormentati durante la traversata lasciandosi invadere — su quelle spiagge deserte, in quei piccoli golfi silenziosi sotto i monti — dalla gioia incontrollata del vino. Di lì, la mattina seguente, sarebbero partiti per spingersi oltre; scegliere il posto giusto nel quale edificare una città con un porto protetto dai venti, i magazzini per le merci, un tempio, un teatro.


Edith Hall, «Gli antichi greci, (traduzione di Luigi Giacone, Einaudi, pagine 352, euro 30)
«Corriere della serra» del 17 marzo 2016

28 febbraio 2016

3mila studenti a Firenze per conoscere Ungaretti

I Colloqui fiorentini
di Lucia Bellaspiga
Colloqui fiorentini, il programma
“Giuseppe Ungaretti: «Quel nulla d’inesauribile segreto»” è il tema della XV edizione de “I Colloqui Fiorentini – Nihil alienum” promossi da Diesse Firenze e Toscana. Da oggi fino a sabato, tremila studenti e docenti di 250 scuole provenienti da tutte le regioni d’Italia si ritroveranno presso il Palazzo dei Congressi e il Palazzo degli Affari di Firenze attirati dal grande poeta Ungaretti. Un vero record di adesioni quest’anno: mai nessun autore delle precedenti edizioni de I Colloqui Fiorentini – Nihil Alienum aveva registrato un numero così alto. L’appuntamento negli anni è diventato per molti docenti un momento di vero aggiornamento professionale, di scuola, di cultura, oltre che un’occasione di crescita umana per migliaia di studenti. Tra i relatori del convegno: Andrea Caspani, direttore di LineaTempo, Alessandra Giappi dell’Università Cattolica di Brescia, il critico letterario Silvio Ramat e Pietro Baroni (Diesse Firenze).


«A dire il vero, quei foglietti - cartoline in franchigia, margini di giornali, spazi bianchi di care lettere ricevute, sui quali da due anni andavo facendo giorno per giorno il mio esame di coscienza, ficcandoli poi alla rinfusa nel tascapane non erano destinati a nessun pubblico».
Eppure per quei versi di Giuseppe Ungaretti, scritti per “nessun pubblico” sul Carso, nei giorni più drammatici della prima guerra mondiale, oggi succede l’imprevisto: richiede perlomeno una riflessione il fatto che tremila studenti da 250 scuole superiori di tutta Italia si riuniscano a Firenze per sentir parlare di Ungaretti e per parlarne anch’essi, in una tre giorni intitolata «Quel nulla d’inesauribile segreto».
Per i Colloqui Fiorentini, organizzati ogni anno da Diesse Firenze e Toscana e arrivati alla XV edizione, quella folla di giovani in controtendenza è ormai un’abitudine, «ma il boom di presenze registrato per Ungaretti fa capire quanto questo autore sia moderno e sappia parlare alle nuovissime generazioni », commenta Andrea Caspani, storico dell’età contemporanea e direttore della rivista LineaTempo.

Oggi stesso lei ne parlerà dal punto di vista dello storico, contestualizzando le poesie più amate di Ungaretti nell’arco della Grande guerra, passando quindi dal suo fervore interventista degli inizi all’orrore per la guerra che infine aveva devastato il suo animo.
«Certamente la scelta dei Colloqui Fiorentini è caduta su Ungaretti anche perché ricorre il centesimo anniversario della Grande guerra e quindi di “Il porto sepolto”, la sua raccolta di poesie scritte nel 1916 in trincea, come Veglia, o San Martino del Carso o ancora Fratelli. Ma poi c’è molto di più: Ungaretti ha tutte le caratteristiche per parlare a giovani che, nel mondo d’oggi, per molti versi vivono la loro “guerra”, stanno in nuove trincee, sono ribelli come lui e come lui cercano un senso a questa vita. Il titolo stesso della sua raccolta, “Il porto sepolto”, è indicativo: il poeta era nato ad Alessandria d’Egitto, dove il padre era sterratore nello scavo del Canale di Suez, e lì aveva saputo che nel fondale di Alessandria c’erano ancora i resti del porto antico risalente a prima dei Tolomei. Sotto le apparenze, voleva dire, c’è sempre qualcosa di profondo e vero da scoprire: questo è sempre stato il suo pensiero fondante, quello che ha agitato le sue ribellioni giovanili e appagato i suoi approdi senili. Sotto quel mare, spiega lui stesso, restano ancora i frammenti di quel grande porto, e sui frammenti si è sempre basata anche la sua poesia, così scarna ed essenziale, a volte fatta di una o due righe e il resto è pagina bianca. A Ungaretti interessa il nesso tra l’apparenza e il reale, vuole scavare fino a scoprire quest’ultimo, e proprio la guerra, con tutta la sua drammaticità, lo aiuterà in questo».

Come spiegare ai ragazzi l’appassionato interventismo di Ungaretti? E come si concilia con i versi in cui invece «è il mio cuore il paese più straziato» e «si sta come d’autunno sugli alberi le foglie», precari, fragili, sempre in bilico sulla morte?
«Ungaretti nacque nella Belle Époque, tra le “sorti magnifiche progressive” della seconda Rivoluzione industriale, quando vigeva la visione ottimistica di un mondo nuovo, reso più comodo dall’ingresso trionfale di automobile, bicicletta e telefono. Un mondo basato sulla prospettiva del progresso e della scienza. Ma il ragazzo era anche ai margini di tutto questo, italiano abbiente in un Egitto povero, figlio delle contraddizioni di un’età cosmopolita e mondiale (ecco un altro punto di contatto con l’oggi). Così maturava una ribellione contro l’ingiustizia sociale e la tradizione, diventava ateo e anarchico. Lasciò Alessandria per Parigi, dove fu amico degli animi inquieti, primo tra tutti Guillaume Apollinaire e il mondo dell’avanguardia. Cercava il suo porto sepolto e l’occasione nel 1914 gliela diede proprio lo scoppio del conflitto, che insieme a buona parte della sinistra italiana vedeva come guerra di civiltà: il suo non è irredentismo, è desiderio di cambiare il mondo borghese che sotto un progressismo di facciata non soddisfa l’umano. Pensa che poi tutti gli uomini saranno davvero liberi. E fa di tutto per essere arruolato, così nel ’15 si trova sul Carso, dove la guerra è più furibonda».

E lì la disillusione…
«Non rinnega i suoi ideali e non diventa pacifista, ma il problema è sempre quello: si rende conto che la retorica del nazionalismo copre un vuoto. Ciò che gli manca è l’umano. E lì scopre che sotto ogni uomo, soldato o ufficiale, amico o nemico, c’è un fratello, parola chiave di tanti suoi versi: in quanto tutti fragili siamo appunto “Fratelli”. Specifica in ogni poesia la data e il luogo in cui l’ha scritta per dire che è in quel momento preciso, in quel luogo, partendo da quella circostanza concreta che l’uomo può elevarsi alle domande universali sul senso della vita. In Dannazione si chiede come possa aspirare a Dio in quelle condizioni: «Chiuso fra cose mortali (anche il cielo stellato finirà), perché bramo Dio?». Non esprime uno stato d’animo, ma una domanda universale».

Anche nella tragedia, si intravvede sempre un varco alla speranza.
«È così. Descrive corpi martoriati dei compagni in trincea, ma anche qui trova la tenue scintilla («con la sua bocca digrignata volta al plenilunio… ho scritto lettere piene d’amore. Non sono mai stato tanto attaccato alla vita»). Ecco perché può parlare a ragazzi che non hanno mai visto la guerra, ma che oggi vivono in un mare in tempesta. Dice loro che c’è qualcosa di profondo che va evocato. Finita la guerra, scoprirà che Apollinaire è morto, e si chiude così il suo mondo utopistico dell’anarchismo. Ne esce come un uomo guarito da quelle che anni dopo chiamerà “bubbole”, le illusioni di chi crede che la guerra risolva i problemi».
E quel Dio bramato?
«Lo incontrerà nel 1928 con una forte conversione, che però ancora una volta è moderna: non nasce a partire dalla tradizione, che non lo attrae, ma dall’intuizione che quella fratellanza scoperta in guerra deve avere un fondamento, e questo è Gesù. Come scriverà in Mio fiume anche tu, nel 1940, per Roma occupata.

Fragilità e fede palpitano in quel suo appello: «Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli»…
«…Ora che sono vani gli altri gridi, vedo ora chiaro nella notte triste. D’un pianto solo mio non piango più». È il suo punto d’arrivo. Quello che cento anni fa, tra i compagni morti, aveva intravisto come “inesauribile segreto” e da allora inseguito».
«Avvenire» del 25 febbraio 2016

La filosofia di Umberto Eco, dai nudi nomi al vetero-realismo

Addio a Umberto Eco, il filosofo inquieto
di Mario De Caro
Come la maggior parte degli italiani alfabetizzati, ho sentito parlare di Umberto Eco molto presto. Avevo, credo, dodici anni quando lessi la Fenomenologia di Mike Bongiorno, che nell'Italia del boom giocò un ruolo assai maggiore della Fenonomenologia dello spirito di Hegel.
Entusiasta di quel testo, lessi poi un altro racconto di Eco, Nonita (per capire solo vari anni dopo che era una parodia di Lolita), e le sue formidabili stroncature dei classici da parte di immaginari critici coevi. Poi passai ai suoi testi di semiotica e di estetica e, soprattutto, al suo Come si fa una tesi di laurea, testo capitale per tutti i laureandi in discipline umanistiche prima dell'affermazione di internet.
Poi venne il 1980 e Il nome della rosa. Lo lessi due volte in una settimana, tanto fu il mio entusiasmo per le avventure di Guglielmo di Baskerville, di Adso da Melk e di Jorge da Burgos. Mi divertii moltissimo a decrittare i giochi letterari echiani: i giochi borgesiani, le citazioni di Voltaire, la ripresa di peso della Storia di fra Michele Minorita.
Allora, però, non avevo ancora gli strumenti culturali per capire che che sullo sfondo di quel geniale romanzo c'era la veneranda questione filosofica del realismo, rispetto alla quale trent'anni dopo avrei collaborato con Eco nel volume Bentornata realtà (Einaudi). Cosa c'entri Il nome della rosa con il tema del realismo è presto detto. Come molti ricorderanno, uno dei temi classici della filosofia medievale fu la "questione degli universali". Il problema non era quello di stabilire se nel mondo reale esistono veramente le rose, le cose verdi e i professori: di queste cose nessuno dubitava nel Medioevo come nessuno dubita oggi (filosofi dadaisti a parte, naturalmente). Il problema, piuttosto, era quello di capire cosa le rose, le cose verdi e i professori sono effettivamente.
Su questo tema i filosofi medievali si dividevano in due scuole principali: i nominalisti e i realisti; e le conseguenze della disputa erano importanti, sul piano della morale, della scienza e, soprattutto, della teologia. Secondo i realisti, tutte le rose, tutte le cose verdi e tutti i professori condividono essenze comuni (la "rosità", la "verdezza", la "professorità"); secondo i nominalisti, invece, le singole rose (le singole cose verdi, i singoli professori) sono invece accomunate soltanto dai concetti mediante cui noi le descriviamo o addirittura dai nomi che noi attribuiamo loro: nella realtà non esiste nulla oltre le cose singole, insomma. Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus, recita la famosa chiusa del Nome della rosa.
La rosa originaria (intesa come l'essenza di tutte le rose) sta solo nel nome, perché i nomi delle essenze sono nudi, perché non rimandano a nessuna essenza reale. E, in effetti, nei suoi primi testi filosofici, come La struttura assente, Eco sembrava tendere verso il nominalismo.
Ad ogni modo, nella maturità (Kant e l'ornitorinco) prese a difendere invece una concezione esplicitamente realistica ("vetero-realismo", la chiamava scherzosamente, per distanziarsi almeno un po' dal "nuovo realismo" di Maurizio Ferraris).
La sua idea era che la realtà fa sempre attrito rispetto ai nostri tentativi di determinarla e di controllarla: le interpretazioni, insomma trovano sempre limiti invalicabili nel modo in cui il mondo è fatto. Ma, per fortuna, ora che Umberto Eco se ne è andato, ci resteranno almeno le sue interpretazioni.
«Avvenire» del 21 febbraio 2016

08 febbraio 2016

Film tradotti e prof impreparati: ecco perché non impariamo l’inglese

Lo studio Eurostat
di Antonella De Gregorio
Italia al top per numero di lingue insegnate alle medie: 98% degli adolescenti ne studia due, ma solo 16 su 100 poi le sanno usare. I pedagogisti: «Non vanno abbandonate alle superiori». E per impararle bene, video e testi in originale
Ci dev’essere un buco, nella scuola, dove finiscono le lingue straniere. Si legge nei numeri, che vedono la totalità dei nostri adolescenti impegnati nello studio non solo della seconda (inglese, per tutti), ma di una terza lingua (che più frequentemente è il francese): il 98,4% contro una media europea del 60, dice l’Eurostat. E però solo il 16% degli italiani parla due lingue, a fronte del 21% dei cittadini Ue, e il 40% non ne parla nessuna. Del dato statistico si rallegra Gisella Langè, ispettore tecnico del Miur, consulente per le lingue straniere e l’internazionalizzazione: «È il segno che si stanno muovendo molte cose e che sta aumentando l’esposizione degli studenti alle lingue straniere, come dimostra il successo dei partenariati, dei programmi di scambio e dei gemellaggi», sostiene.

Investimento a fondo perduto
L’Italia è tra i 14 paesi europei che hanno imposto l’inglese come lingua obbligatoria a partire dai 6 anni (tra i 6 ed i 9 anni in Ue, e in alcuni Stati europei già nel periodo prescolare); un secondo idioma straniero è stato introdotto, con la riforma del 2010, a partire dagli 11 anni e sino al termine della scuola secondaria inferiore. Alle superiori, però, meno del 50% dei percorsi di studio prevede la seconda lingua, comunitaria o extra Ue. L’investimento fatto alle medie - circa duecento ore nei tre anni - è dunque a fondo perduto?

A scuola
Qualche anno fa le lingue straniere si studiavano quasi esclusivamente nei licei linguistici. Poche ore nelle altre scuole, assenti alla primaria, di poco conto all’università. Oggi si sperimenta alla materna, sono stati avviati interi corsi universitari in inglese, alle superiori c’è il Clil (una materia insegnata in lingua) e dal 2010 alle medie è obbligatoria una seconda lingua straniera. Poi, però, proseguendo gli studi, meno del 50% dei percorsi la prevede. E anche se ci dedichiamo di più alle lingue, non le «mastichiamo» ancora.

«Programmi per settori»
«Spesso nella scuola si ragiona per settori e si perde quel che viene prima e dopo», commenta Raffaele Mantegazza, docente di Pedagogia generale alla Bicocca di Milano. «Alle superiori la seconda lingua straniera non va abbandonata», dice. La si studia «a intermittenza», mentre se ne dovrebbero «padroneggiare due allo stesso modo». Il dislivello tra investimento e mancato utilizzo è significativo. Colpa della superficialità con cui si insegna: alla primaria salgono in cattedra maestri che han frequentato solo le vecchie magistrali; e la maggior parte dei docenti non fa aggiornamento da una decina d’anni. Ma con la riforma della scuola finalmente si investe molto sulla formazione, dice Gisella Langè: «40 milioni di euro all’anno, per tre anni, con priorità a lingue e digitale». Il nuovo bando di concorso per i prof, inoltre, prevede una parte in inglese (livello B2).

Ripensare la didattica
Ci vorranno anni per vederne gli esiti sulla maggior parte della popolazione adulta. Intanto «bisogna ripensare a come si insegna», dice Mantegazza: «Le lingue dovrebbero essere strumento per apprendere, prima che oggetto di studio, utilizzando brevi testi, adatti all’età: un fumetto, una recensione, un brano critico nell’idioma originale». E vanno pensate come veicolo delle nazioni, e come strumento di relazioni, a prescindere da un loro utilizzo professionale. Con questo obiettivo - dice - sarebbe importante portarne avanti due anche al liceo Scientifico e al Classico. «Tenendo però ben presente l’equilibrio globale dei curricoli. Non si può solo aggiungere ore di lingua, a scapito di materie “povere” e fondamentali come geografia, laboratorio, educazione civica. Occorre uno sforzo per ripensare i programmi. Servono copresenza e, certo, investimenti».

Film in lingua e canzoni
Studiare, poi, non basta: per imparare una lingua straniera, bisogna viverla. Masticarla, cantarla, lasciarsene conquistare. E invece. Se confrontiamo il nostro Paese con Svezia, Danimarca, Olanda – le regine della classifica Ef Epi, che da dieci anni misura la competenza dell’inglese degli adulti nel mondo - , usciamo dal confronto appiattiti nella mediocrità: 28esimi su 70, dal Cile alla Libia, e tra i più scarsi del Continente. Le ore scolastiche dedicate all’insegnamento delle lingue straniere sono simili, ma i paesi nordici eccellono perché l’immersione nell’idioma inizia fin da piccoli, con i cartoni animati non doppiati. Poi arrivano i film in lingua originale, i siti web consultati in inglese, i viaggi. Anche il contesto familiare fa la sua parte: se sono papà e mamma a dare l’esempio, ascoltando in originale tutto ciò che si può, leggendo libri in inglese, nei piccoli si sviluppa una sensibilità diversa alle lingue. «I ragazzi italiani brillano tutt’al più per la grammatica, ma sono indietro nell’orale: conversazione e ascolto», dice Natalia Anguas, amministratore delegato di Ef Italia. Il metodo pedagogico incide: i danesi, per dire, imparano soprattutto a parlare, applicando la lingua a situazioni reali. Da noia scuola le lezioni sono frontali, con al centro grammatica e scrittura. Apprendimento spontaneo contro accademia. Bilingui si diventa forse solo facendo le valigie. Ma intanto si può lavorare sull’atteggiamento culturale: poco permeabili alla diversità, secondo Anguas gli italiani faticano a staccarsi dalla famiglia e dagli amici: «Possono vincere la gara dello spelling, ma sono troppo poco indipendenti».
«Corriere della sera» dell'8 febbraio 2016

04 febbraio 2016

Statue coperte per Rohani, i parvenu del «pudicamente corretto»

di Andrea Carandini
È bello il volto di Rohani, compreso tra la barba e il turbante. Brutte sono invece le statue inscatolate sul Campidoglio per non mostrare peni, pubi, natiche, bacini e seni, parti con cui l'umanità ha da sempre giocherellato anche riproducendosi. È da rispettare un politico che non voglia vedere nudità, ma basta che non entri in un nostro museo, ché nella vita urbana la gente gira vestita anche nel secolare Occidente. C'è tanto da vedere in Italia senza nudità esposte, a partire dalle architetture, tutte sempre svestite ma per fortuna astratte così da non indurre in tentazione.
Questo fare da beghine mi rende contento di appartenere a una società aperta, democratica e liberale, alla civiltà europea che con l'antesignano Vico e soprattutto con Herder ha scoperto lo storicismo, ma soltanto nel XVIII secolo. Infatti tra Voltaire che dà del barbaro a Shakespeare e Herder che capisce i valori più diversi nel mondo vi è un salto di cultura che distingue la mia sensibilità da una sensibilità classicistica ormai remota.
In cosa sta il modo nostro di sentire attuale? Nel fatto che è possibile apprezzare le diverse civiltà umane, sprofondate nel tempo e sparse per il globo, anche quando non se ne condividono i costumi. Leggo godendo l'Iliade, ma non percepisco più come Achille. Studio da una vita i Romani ma la schiavitù è orribile. La tetralogia di Wagner mi emoziona ma l'unisono con Sigfrido dove è?
Le diverse fioriture umane e gli usi strani a esse congiunte sono dovute sempre a nostri simili, metà angeli e meta diavoli - esiste forse il male assoluto? -, e noi possiamo godere e soffrire di queste differenze, patendo ogni volta che qualcuno, autoproclamatosi angelo, ha accusato altri d'essere diavoli. Ciò è avvenuto, su enorme scala, alla fine del IV secolo d.C., quando imperatori cristiani hanno abolito un paganesimo che abbiamo dovuto riscoprire nel Rinascimento.
La tolleranza va bene, ma forse è poco! Preferisco vedere cosa vi è di buono e cosa di cattivo in ogni primavera umana, senza che ciò implichi la rinuncia a quello che sono nel mio contesto e che avverto come casa mia. Capisco dignità e indignità, condividendo le prime e allontanandomi dalle seconde, ma sono pronto a difendere, anche con la forza, la civiltà a cui appartengo, ove qualcuno si proponesse di distruggerla. Da questo punto di vista, anche piccoli atti simbolici andrebbero rintuzzati.
Chi viene in Italia dovrebbe comportarsi come noi quando siamo invitati a cena. La casa dell'amico o dello straniero ci può piacere o meno, possiamo gradire o non gradire che si preghi prima di mangiare, che si dica “buon appetito”, ma non ci sediamo per terra se ci sono seggiole e non trinciamo quadri se l'arte non ci piace.
Infatti, a parte pochi valori e principi primi che rientrano nel terreno comune dell'umanità e che uniscono gli uomini in grande parte dei luoghi e dei tempi, gli usi e i costumi variano in un inesauribile caleidoscopio e noi di ciò possiamo godere e soffrire, sempre sapendo che la plurimità prevale nell' umano rispetto all'unità e noi abbiamo il diritto che i mores di casa nostra siano rispettati da coloro che vengono a visitarci.
A questa consapevolezza di ciò che è uno e di ciò che è plurimo nell'uomo l'umanità non pervenuta allo storicismo può iniziarsi grazie alle civiltà tolleranti esistite nel passato e anche grazie dall'Europa di oggi. Ma se noi, al contrario, scimmiottiamo intolleranze e censure altrui, in una insopportabile presunta correttezza politica, rinunciamo a noi stessi e a uno dei ruoli benefici che potremmo svolgere nel mondo con modestia, nonostante i tanti errori di tracotanza commessi.
Si può vivere bene anche senza conoscere il Discobolo di Mirone, ma conoscendolo si vive in modo più pieno, a contatto con i Greci antichi, il che non obbliga nessuno oggi a denudarsi e a lanciare il disco in uno stadio. Atene e Roma non sono modelli ma neppure civiltà da cancellare: fanno parte del repertorio umano globale di cui l'intero globlo è ormai erede. I Cinesi non si appassionano ancora oggi al diritto romano? E quegli omini minuscoli in vastissima natura dei paesaggi della tradizione pittorica cinese non sono di ammonimento a noi e a loro che che abbiamo finito per asservirla e rovinarla?
I politici e i funzionari che hanno ordinato la copertura delle statue nude in Campidoglio si sono vergognati da parvenus della nostra tradizione culturale, sperando magari nell'oro persiano, ma così facendo hanno ampliato la confusione, che già nel mondo abbonda.
Viene da sorridere pensando che Berlusconi ha aggiunto il pene mancante a un Marte nudo e che Renzi abbia nascosto bellezze spogliate sul Campidoglio: impudicizie e pudicizie improprie del made in Italy.
«Il Sole 24 Ore» del 28 gennaio 2016

02 febbraio 2016

Rouhani e le statue coperte: la libertà non si contratta

La visita a Roma
di Pierluigi Battista
Era il presidente iraniano che avrebbe dovuto adattarsi
Speriamo che quelle statue vengano svestite al più presto. Restituite alla loro nudità. Che poi significa restituite alla loro libertà. Averle ricoperte per non offendere l’ospite, il presidente iraniano Rouhani, è stato un segno di cedimento culturale. Una macchia. Non abbiamo nulla di cui vergognarci. Non dobbiamo pensare che la nudità dell’arte sia qualcosa di spregevole o di vergognoso.
Consideriamo giustamente ridicoli i braghettoni con cui in passato il bigottismo cercava di coprire il nudo delle statue. E quel nudo ci racconta che nel nostro «stile di vita» la libertà artistica è parte integrante e imprescindibile della libertà tout court. Chi chiede che le nostre stature siano coperte manifesta un’arroganza culturale che dovremmo respingere, una pretesa di superiorità morale che possiamo spedire tranquillamente al mittente.
Invece ci mettiamo sempre in difesa. Ammettiamo che, certo, quei nudi possono rappresentare qualcosa di sconveniente. Che dovremmo nasconderli per non dare all’ar-cigno ospite una brutta impressione. Non vogliamo capire che la libertà d’espressione non è una cosa da maneggiare come fosse cosa impura. Non vogliamo capire che una battaglia culturale non è un atto bellicoso, ma un atto d’amore nei confronti di ciò che siamo e che siamo diventati pagando prezzi immensi.
La libertà di vestirsi e di svestirsi, la libertà di comportarsi senza seguire i precetti e i dogmi, la libertà di separare politica e religione. Era lui, il presidente Rouhani, che avrebbe dovuto adattarsi per non offenderci, e non il contrario. E non dovrebbe essere un contratto in più, o una mossa diplomatica, a farci rinnegare, tra l’altro con modalità che sfiorano il ridicolo, quello che siamo, anche in manifestazioni estetiche apparentemente innocue. Senza sfregiare, sia pur simbolicamente, i monumenti di cui andiamo orgogliosi.
«Corriere della sera» del 26 gennaio 2016

26 gennaio 2016

La fine dell'Occidente

di Francesco Toscano
La Venere capitolina (a destra) e la statua coperta (Ansa)

Le sculture raffiguranti immagini di nudo ai Musei Capitolini sono state coperte da pannelli per non offendere il presidente iraniano
Postato il 26 gennaio 2016

02 gennaio 2016

Error 451, ecco il numero che ci segnalerà la censura online

L'organismo internazionale responsabile degli standard tecnici della Rete (IETF) ha da poco approvato un nuovo codice di stato del protocollo HTTP. Il neo arrivato, omaggio allo scrittore Ray Bradbury, dovrebbe far capolino sui nostri monitor ogni volta che la pagina richiesta è bloccata per "ragioni legali"
di Rosita Rijtano
451 sono i gradi Fahrenheit a cui brucia la carta, secondo l'immaginifica fantasia dello scrittore Ray Bradbury, che nel suo romanzo (dal quale François Truffaut trasse il film "Fahrenheit 451") tratteggia una società distopica dove è vietato leggere e avere dei libri. E 451 sarà anche il numero dell'errore che presto potremo vedere sugli schermi dei pc quando ci sarà negato l'accesso a una pagina web censurata. Perché l'Internet Engineering Task Force (IETF), cioè l'organismo internazionale responsabile degli standard tecnici della Rete, ha da poco approvato un nuovo codice di stato del protocollo HTTP. Tradotto per i meno tecnologici: in pratica, si tratta di quei messaggi che servono per comunicarci le informazioni riguardanti il trasferimento dei dati tra il nostro computer personale e il server web che ospita il sito su cui vogliamo navigare. E che per convenzione vengono condivisi dalla comunità hi-tech. Quelli con un numero compreso tra il 400 e il 599 segnalano: attenzione, qualcosa non funziona.
Si va dal famoso e fin troppo comune 404, seguito dal perentorio "not found" che sta a indicare una risorsa non disponibile, all'autorizzazione negata del 401, passando per il 500, errore interno del server, e il 504: il gateway timeout, che generalmente si verifica a causa di una grande mole di lavoro. L'elenco dei "crac" è lungo. E si è appena arricchito grazie all'aggiunta di un nuovo elemento. L'errore 451, appunto. Il neo arrivato dovrebbe far capolino sui nostri monitor ogni volta che la pagina richiesta viene bloccata per via di "ragioni legali", come la censura governativa. E configurarsi, quindi, al pari di un'etichetta ad hoc per denunciare il sempre più pervasivo controllo statale sul web. Uno strumento tutt'altro che inutile. La cui gestazione, però, ha avuto tempi lunghi. Infatti, la sua introduzione è stata proposta per la prima volta già nel lontano 2013, proprio per omaggiare lo scrittore dell'Illinois morto quell'anno. Autore dell'input? Tim Bray, un ingegnere di Google, che aveva a sua volta ripreso un'osservazione di Terence Eden. I fatti: dopo il blocco per violazione di copyright di Pirate Bay da parte delle autorità britanniche, sugli schermi di chi abitava in Inghilterra e voleva visualizzare la pagina compariva il messaggio "403" che significa "il server ha capito la richiesta, ma si rifiuta di soddisfarla". Tuttavia, notava Eden, non era il sito di file sharing a impedire l'accesso agli internauti inglesi. Bensì il governo del Regno Unito. Da qui l'invocata necessità di una maggiore accuratezza."Non potremo mai disfarci del tutto delle restrizioni legali sulla libertà di parola. D'altra parte, credo che quando tali divieti sono imposti, ciò deve avvenire in modo trasparente", spiegava Bray in un'intervista al Guardian.
Ma la sua idea non è stata accolta dal gruppo di tecnici e ricercatori dell'IETF. Fino ad oggi. Le ragioni del cambio di posizione le scrive Mark Nottingham, presidente dell'IETF HTTP Working Group: "Da quando il controllo su Internet è diventato più visibile e prevalente, ci è giunta voce che i responsabili dei siti avrebbero gradito l'opportunità di fare questa distinzione. Ancora più importante: i membri della comunità volevano avere la capacità di scoprire i casi di censura in modo automatico". Non si tratta di un'esigenza di poco conto se si pensa che, secondo il report stilato dall'organizzazione non governativa Freedom House, nel 2015 la libertà online è diminuita in tutto il mondo per il quinto anno consecutivo. Sui 65 governi presi in esame sono stati ben 42 quelli che hanno chiesto alle compagnie private o agli utenti internet di limitare, o cancellare, i contenuti sul web per ragioni politiche, religiose e sociali. Contro i 37 dell'anno precedente. Si è alzato anche il livello di sorveglianza e in molti hanno provato a limitare o proibire strumenti che proteggono la privacy, ad esempio la crittografia. Il declino maggiore? In Francia, dove dopo la strage di Charlie Hebdo è stata adottata una legge liberticida, paragonata al Patrioct Act statunitense post 11 settembre 2001. Così, commenta Stefano Zanero, professore associato al Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano, l'approvazione del 451 a mo' di standard diventa "un modo elegante di protestare ed esprimere preoccupazione per questa deriva". Oltreché uno strumento di precisione.
Certo, come ci spiega Salvatore Previti (analista programmatore senior), "il fatto che un codice esista non significa che verrà usato. In teoria, potrei programmare il mio server web per ritornare qualsiasi codice io voglia. È solo una convenzione". Un esempio noto e divertente è l'Hyper Text Coffee Pot Control Protocol (HTCPCP): un protocollo di rete per il controllo, il monitoraggio e la diagnostica delle caffettiere, pubblicato per il pesce d'aprile del 1998. Con tanto di errore 418 (usato da Google per i suoi scherzetti) che avverte "il server" a cui vogliamo collegarci "è una teira e non è in grado di preparare il caffè". In questo caso la faccenda è più seria. "Sospetto che in alcune giurisdizioni, i governi disabiliteranno l'uso del 451 per nascondere ciò che stanno facendo. Non possiamo fermarlo", ammette lo stesso Nottingham. Ma non lascia spazio al cinismo: "Se lo fanno, mandano un forte segnale a te, in qualità di cittadino, su quale sia il loro intento. E penso valga la pena saperlo".
«La Repubblica» del 1 gennaio 2016

18 dicembre 2015

Il mio viaggio nella clinica dove si affittano gli uteri

di Monica Ricci Sargentini
Prendere un appuntamento per avere un figlio con una madre surrogata è facile. Sul sito California Premium Surrogacy si clicca su «genitori intenzionali» e si compila un modulo in cui si forniscono nome, cognome, email, accompagnati da un breve messaggio. La risposta arriva entro poche ore. La mattina dopo ci presentiamo alla Santa Monica Fertility Clinic nell’omonimo boulevard di questa cittadina baciata dal sole dove ogni desiderio sembra a portata di mano.
«Buongiorno Monica sono Julie Webb, la coordinatrice dei pazienti, sono contenta che tu sia venuta a trovarci dall’Italia». Capello corto, viso acqua e sapone, abbigliamento casual, ci fa fare il giro della clinica, un appartamento a pian terreno dall’aspetto modesto ma confortevole: «La comodità — dice — è che facciamo tutto qui, dal pick up degli ovuli della donatrice al transfer dell’embrione nell’utero della portatrice. Voi non dovete preoccuparvi di nulla, pensa a tutto il dottor Jain. Se non potete venire dall’Italia possiamo sentirci su Skype. Se al momento del parto avete un impedimento andiamo in clinica io e l’avvocato per prenderci cura del neonato».
Ma la mamma surrogata potrebbe cambiare idea e tenersi il bambino? «La mamma sei tu — precisa Julie — lei è la portatrice. E sei tu che decidi tutto, anche se farla abortire. La legge ha più volte stabilito che lei non ha alcun diritto. Sarà scritto tutto nel contratto che firmerete con l’avvocato. Una volta fatto l’accordo si va dal giudice e si fa un atto di prenascita così è già chiaro che siete voi i genitori. Il bimbo, se volete, avrà la cittadinanza americana». A 51 anni è impossibile pensare di usare i propri ovuli, e così scorriamo insieme i profili delle donatrici di ovuli.
Ce ne sono di tutti i tipi: bionde, brune, ricce, lisce, nere, asiatiche, bianche. Nella scheda sono segnate età, altezza, peso, colore degli occhi, scuole frequentate, voti ottenuti, passioni e hobby. C’è persino la storia clinica della famiglia. «Le nostre ragazze hanno fatto tutti i controlli medici possibili. Potete stare tranquilli» dice la coordinatrice. Chiediamo consiglio sul profilo da scegliere dal catalogo: «Dovrebbe essere una donna il più possibile vicina ai miei tratti somatici, giusto?». Scuote la testa: «Dipende dai gusti. Ognuno fa come vuole. Mi ricordo una paziente cinese che ha scelto ovuli di una donna bianca».
E quando nasce il bimbo cosa succede? Potremo portarlo subito via? Dovrà stare con la surrogata qualche giorno? «Decidi tu — spiega Julie — puoi stare nella stanza accanto e ti portano il bambino. Se vuoi la surrogata si tira il latte e tu glielo dai col biberon, i primi giorni fa bene al piccolo perché c’è il colostro e anche a lei perché tirandosi il latte aiuta l’utero a tornare a dimensioni normali».
Quanto ci vuole per trovare la surrogata giusta? «Dipende! Le nostre sono tutte della zona, facciamo uno screening accuratissimo, andiamo a vedere dove vivono, come mangiano, controlliamo la fedina penale e poi le sottoponiamo a screening psicologi. Siamo molto, molto severi per evitare sorprese dopo. Solo il 10% delle domande viene accettata». Ma perché lo fanno? «Beh è un gesto ben visto dalla società perché è altruistico, per aiutare una coppia in difficoltà e poi chiaramente per i soldi che per legge non devono servire a sopravvivere ma a stare meglio. Una surrogata non può essere senza casa o dipendente dai sussidi dello Stato».
I tempi per la procedura non sono biblici. Se accettiamo, a febbraio potremo fare il primo transfer e il bambino potrebbe arrivare entro la fine del prossimo anno. «Io ho già una portatrice ready to go — spiega Julie con un mezzo sorriso — che se dovessi fare io questo percorso prenderei subito. È lesbica, molto coscienziosa ma non ansiosa. Perfetta secondo me. È alla prima gravidanza surrogata ma ha già due figli suoi. Tieni conto che le surrogate che l’hanno già fatto costano di più, vedi qui sul catalogo c’è scritto premium vuol dire che sono le più gettonate. Molti preferiscono una portatrice lesbica perché non ha rapporti sessuali con penetrazione e in gravidanza è sempre meglio evitare».
Parliamo di soldi che sono in tre tranche. Per la donazione di ovuli ci vogliono quasi 40mila dollari. Per la madre surrogata si parte con 58mila cui si devono poi aggiungere altri 77mila per un totale di 135mila dollari. La portatrice prende un compenso a ogni passo: alla prima iniezione, al transfer, alla conferma del battito, per i viaggi, per i vestiti e una paghetta mensile. In tutto nelle tasche della donna entrano 40mila dollari. Il colloquio dura un’ora, non ci viene chiesto perché facciamo questa scelta, né se abbiamo figli. Mentre ci accompagna alla porta Julie sembra soddisfatta «Sono molto eccitata per voi che state iniziando questo percorso».
Due minuti dopo arriva l’email con la password per scegliere la donatrice di ovuli.
«Corriere della sera» del 18 dicembre 2015

29 novembre 2015

Scuola di Rozzano, Renzi: «Non si dialoga rinunciando al Natale»

Il premier: quel preside provoca o sbaglia. Il dirigente: sono pronto a lasciare l’incarico
di Marco Galluzzo
Alla fine, dopo che il preside è stato sommerso dalle polemiche, dopo che è stato criticato persino dai genitori dei suoi alunni, musulmani e cattolici, dopo che si è detto pronto a lasciare l’incarico — come conferma Delia Campanelli, direttore scolastico regionale lombardo —, alla fine ha sentito la necessità di intervenire anche il premier: «Il Natale è molto più importante di un preside in cerca di provocazioni. Se pensava di favorire integrazione e convivenza in questo modo, mi pare abbia sbagliato di grosso».
Insomma, la decisione di un preside di provincia rilancia il dibattito sulla nostra identità, sul modo di convivere con chi professa altre fedi, sul significato di integrazione. Dice Matteo Renzi al Corriere, senza mezze misure: «Confronto e dialogo non vuol dire affogare le identità in un politicamente corretto indistinto e scipito. L’Italia intera, laici e cristiani, non rinuncerà mai al Natale. Con buona pace del preside di Rozzano».
Lui, il preside, Marco Parma, 63 anni, dell’istituto Garofani a Rozzano, in provincia di Milano, si difende professando buone intenzioni. Ha deciso di cancellare le feste e i canti di Natale per non compromettere la sensibilità degli alunni di altre fedi.
L’Istituto comprensivo è frequentato da un migliaio di studenti, il 20% è di origine straniera. Dopo gli attentati di Parigi ha pensato che fosse meglio rinviare il concerto di Natale dei bimbi delle elementari al 21 gennaio, trasformandolo in concerto di inverno.
Laila Magar, 45 anni, egiziana di fede musulmana, abita a Rozzano da 7 anni, con il marito e i 4 figli. I due più piccoli, i gemelli Fatma e Yassin, hanno frequentato l’Istituto Garofani: «Ma a chi dà fastidio la festa di Natale? Forse al preside, di certo non alla comunità musulmana. I miei figli hanno sempre partecipato alle feste di Natale a scuola, hanno cantato “Tu scendi dalle stelle” e gli altri canti tradizionali cattolici. Perché si vuole creare un problema che non esiste?». Suo marito, Mahmoud El Kheir, 67 anni: «Chi siamo noi musulmani per dire che cosa si può fare nella scuola italiana? Noi siamo ospiti in questo Paese. Mi auguro che l’opinione pubblica capisca che la decisione non arriva da una richiesta dei genitori musulmani».
Il preside si difende così: «Credo sia un passo avanti verso l’integrazione rispettare la sensibilità di chi ha altre culture o religioni. Questa è una scuola multietnica». Critiche sono arrivate dal Pd, da Matteo Salvini («dovrebbe semplicemente essere licenziato»), e da quasi tutti gli altri partiti.
«Corriere della sera» del 29 novembre 2015

La tentazione degli intellettuali: l’Occidente sempre colpevole

Contro ogni scellerataggine commessa da uno Stato o un popolo europeo si è quasi sempre levata puntualmente una voce in difesa della giustizia offesa
di Ernesto Galli della Loggia
Anche di fronte al terrorismo islamista una parte dell’intellettualità italiana sembra non poter fare a meno di giudicare la civiltà occidentale sempre come la più colpevole; o perlomeno malvagia e iniqua al pari di ogni altra. Rosetta Loy, per esempio, si domanda sul Fatto di venerdì scorso con quale faccia possiamo mai sentirci autorizzati, proprio noi, abitanti di questa parte del mondo e autori di alcune tra le peggiori nefandezze della storia, a lanciare parole di accusa contro gli autori della strage di Parigi.
Se lo chiede ricordando a mo’ di esempio il terrificante sistema di sfruttamento e sterminio messo in piedi alla fine dell’800 in Congo da quel vero criminale che fu Leopoldo II del Belgio. E naturalmente lo fa in polemica con il profluvio d’inni alla triade Liberté, Egalité, Fraternité ascoltati in questi giorni.
Non tiene conto però, Rosetta Loy, di un particolare decisivo. E cioè che contro ogni scellerataggine commessa da uno Stato o un popolo europeo si è quasi sempre levata puntualmente, perlopiù ispirata dai principi cristiani, una voce in difesa della giustizia offesa. Da quella di Las Casas e poi dei Gesuiti delle «Reducciones», denunciatori degli orrori della Conquista ispanica delle Americhe, a quella - che pure lei stessa ricorda - di Mark Twain, Conan Doyle, Joseph Conrad; voce che a proposito del Congo ebbe un’eco vastissima. Talmente vasta che il governo britannico incaricò un suo diplomatico, Roger Casement, di un’indagine in loco che, resa pubblica nel 1904, illustrò apertamente «la riduzione in schiavitù, le mutilazioni e le torture subite dagli indigeni nelle piantagioni della gomma».
Voci di denuncia che tra l’altro sono state spesso proprio di intellettuali, come sono specialmente degli intellettuali ebrei quelle che oggi denunciano in Israele le ingiustizie subite dagli arabi. Accade, è accaduto qualcosa di simile altrove? A me non pare. A Rosetta Loy non so.
«Corriere della sera» del 29 novembre 2015