31 luglio 2013

Torre Astura: treno + bici (28 luglio 2013)


Un tuffo di gran livello fra pianure a perdita d'occhio
di Francesco Toscano
 
Da sempre considero mettere la bici sul treno una complicazione eccessiva. Per la prima volta, domenica scorsa, convinto da tre amici, ho messo la mia bici sul treno Roma-Nettuno per la modica cifra di € 3,50 (da Roma Termini) e sono arrivato sul litorale laziale.

Vista la folla che occupava ogni centimetro della spiaggia, ci siamo rivolti verso uno dei luoghi più belli del litorale del Lazio meridionale, cioè Torre Astura, che è riserva naturale ed è aperta solo nei mesi estivi.

Seguendo una strada completamente pianeggiante, per circa 12 km, siamo arrivati alla splendida pineta e poi alla spiaggia. Non abbiamo perso l'occasione di farci un bel bagno in acque cristalline, per poi riposarci nella fresca pieta cullati dalle cicale e ristorati da frutta comprata in una delle tante bancarelle che si trovano per strada.

Ritorno per la stessa strada a Nettuno: gelato al bar e partenza per Roma.

Da rifare in un giorno infrasettimanale, ma semplicemente favoloso!
Postato il 31 luglio 2013

Ciclabile Tevere sud (27 luglio 2013)





Uno spazio ampio con alcuni posti singolari, ma non eccezionale

di Francesco Toscano
Ero abituato a considerare come 'ciclabile' solamente la pista che va dal centro di Roma a nord, verso Labaro. Questa volta, invece, mi sono avventurato nell'altro senso e ho scoperto un tragitto ampio, immerso nel verde selvaggio, anche se un po' approssimativo in non pochi tratti. Purtroppo, il Tevere è solo un'appendice al tragitto, visto che la sua 'compagnia' scompare ben presto.
La pista segue la banchina del fiume fino al vecchio porto industriale, risale su lungotevere a via Pietra di Papa fino a Ponte Marconi e si snoda su via della Magliana. Fare attenzione, perché al Ponte della Magliana si deve passare sull'altra sponda del Tevere (via del Cappellaccio) poi via del Trotto.
Come dice il nome, dopo aver costeggiato il fosso di Vallerano, si arriva all'ippodromo di Tor di Valle, con infinite strutture per i cavalli.
Si conclude al ponte di Mezzocamino, cioè in coincidenza con il GRA, per poi da lì tornare indietro.
 
Lunghezza: 31 km
Tempi di percorrenza: dipendono da dove si inizia. Consiglio dal ponte di Porta Portese (che ha una bella scesa a fiume e non le solite scale). In quest'ultimo caso ci vuole un'ora e mezza.
Altri dati: portarsi acqua perché il percorso ne è sprovvisto (le poche fontanelle sono rotte o utilizzate a tempo pieno dai nomadi).
 
Postato il 31 luglio 2013

24 luglio 2013

Finti progressismi

Matrimoni gay USA e omofobia in Italia
di Costantino Esposito
C’è un filo conduttore che lega due fatti della recente cronaca politico-culturale facendone effettivamente due espressioni eloquenti dello "spirito progressivo" del nostro tempo. Il primo è la dichiarazione di incostituzionalità della Corte Suprema degli Stati Uniti d’America, circa il Defense of Marriage Act, vale a dire la legge del 1996 che aveva circoscritto il matrimonio alle sole unioni eterosessuali. A una prima analisi, la questione risulta pesantemente condizionata dai contrasti di natura politica e ideologica (tot giudici liberal contro tot giudici conservatori) e dal peso delle lobby più attive circa una sempre più radicale omologazione ed equiparazione dei diritti degli individui rispetto alle differenze di genere. Ma penso che la semplice opposizione tra questi due fronti non spieghi ancora adeguatamente la posta in gioco di una sentenza da più parti definita «storica». La novità sta piuttosto nella mutazione nel significato di alcune parole decisive, le quali racchiudono e veicolano una concezione e un sentimento determinato di sé e del mondo. Il progressismo di cui si ammanta la decisione della Corte sui matrimoni gay non è più sinonimo di libertarismo (come è stato di fatto a partire soprattutto dagli anni Settanta), quanto di un nuovo assetto borghese. A essere rivendicata non è la libertà di ciascuno nel progettare, costruire ed esprimere pubblicamente la propria scelta autonoma di vita, quanto la garanzia di poter regolarizzare in via di principio ogni possibile differenza di progetto esistenziale in un canone neutro a livello giuridico e istituzionale. Si è passati così dalla rivendicazione di diritti tendenzialmente assoluti, che non tolleravano alcuna delimitazione da parte di un ordine culturale e sociale visto come soffocante, alla rivendicazione del diritto di poter disporre di istituzioni e leggi che permettano a quei diritti assoluti di stabilizzarsi, di istituzionalizzarsi, di diventare addirittura doveri sociali. In un’intervista al "Corriere della sera" del 27 giugno scorso, lo scrittore David Leavitt ammetteva onestamente: «Negli anni 70 e 80 a molti gay interessava fare outing e vivere secondo [un] modello di liberazione e promiscuità sessuale», e il matrimonio restava «un’istituzione borghese per eterosessuali. Ma forse eravamo come la volpe e l’uva: ci eravamo convinti di non averne bisogno perché non potevamo averlo». Ma poi, soprattutto «di fronte a una catastrofe sterminata come l’Aids, molti gay si sono rifugiati in stili di vita più conservatori», fino a «diventare coppie e famiglie affiatate». Ma c’è un secondo aspetto di questa mutazione antropologica e semantica, ed è che questo esito egualitarista-istituzionale dei diritti individuali si appella in definitiva a motivazioni «naturali» e «religiose», se non addirittura «evangeliche». E questo, paradossalmente, a dispetto dell’aspra polemica ingaggiata contro le basi naturali attribuite tradizionalmente dalle Chiese al solo matrimonio tra un uomo e una donna in vista della procreazione. Commentando con toni commossi la decisione della Corte Suprema, il presidente Obama ha detto: «Il nostro popolo ha dichiarato che noi siamo stati creati tutti uguali, e uguale dev’essere anche l’amore con cui ci impegniamo gli uni con gli altri». L’eguaglianza creaturale viene tradotta nella uniformità dell’amore. Ma cosa vuol dire che l’amore dev’essere «uguale» per tutti? Forse nient’altro che la misura dell’amore è il sentimento soggettivo, e dunque l’emozione reciproca, e che questo è del tutto sufficiente a renderlo un’istituzione matrimoniale (e patrimoniale). Insomma, love is love, l’amore è quello che è, senza alcun’altra "ragione" che il suo stesso feeling. Il carattere «naturale» del matrimonio gay esprimerebbe la naturale uguaglianza di tutti gli individui. Tralasciando però che la natura degli individui "creati" dice sì un’uguaglianza in ordine alla dignità e al valore del singolo, ma proprio all’interno di precise e costitutive differenze. Obama ha poi continuato: «Le leggi del nostro Paese si stanno approssimando alla verità fondamentale che milioni di noi americani conserviamo nel nostro cuore: quando tutti gli americani sono trattati come uguali – non importa chi sono o chi amano – siamo tutti più liberi». Appunto, è la verità che rende liberi, secondo il detto del Vangelo: e la "verità" diventa che tutti devono essere trattati ugualmente. E qui non possiamo non pensare al secondo fatto di cronaca, stavolta italiano, di cui si parlava all’inizio, vale a dire la proposta di legge contro l’omofobia in discussione alla Camera. L’obiettivo è quello di identificare come reato perseguibile qualsiasi comportamento o anche atto legislativo che non riconosca o penalizzi qualcuno a motivo del suo «orientamento sessuale», intendendo però quest’ultimo non come un’oggettiva e naturale differenza sessuale, ma come una più culturale e soggettiva «identità di genere». E per definire questa identità sarebbe sufficiente parlare della «percezione che una persona ha di sé come appartenente al genere femminile o maschile, anche se opposto al proprio sesso biologico». Da più parti si è denunciata la riduzione decisamente costruttivista dei diritti di un «genere» che si auto-determina in base al feeling e il rischio di vietare per legge ogni critica al sentimento, incontestabile solo perché è un sentimento avvertito soggettivamente (per cui sarebbe penalmente perseguibile il dissenso sui matrimoni gay o sull’adozione per coppie omosessuali). Qui ci limitiamo a porre una questione: se siamo davvero uguali, – si dice – uguale dev’essere il valore e il trattamento delle nostre emozioni. Ma quando ciascuno di noi pensa a se stesso, che cosa pensa in verità? Solo di essere uguale agli altri? O più al fondo di questa (sacrosanta) uguaglianza sta quell’irriducibile impronta personale che ognuno ha, o meglio "è" per se stesso? E non fa parte di questa irriducibilità il nostro essere maschi o femmine? O il nostro esser nati da un uomo e da una donna, da un padre e da una madre? Ciascuno penso debba essere libero di amare chi vuole; ma non di essere ciò che non è, di negare la sua storia personale e la sua differenza specifica. E il rilevarlo, in nome della stessa libertà, non può essere un reato.
«Avvenire» del 24 luglio 2013

22 luglio 2013

Fine delle password: la profezia fallita

Privacy Online: siamo sommersi da codici ma i primi a trascurare la prudenza siamo noi
di Fabio Chiusi
Bill Gates nel 2004: «Serviranno sempre meno». Invece ne restiamo schiavi Pure le più sofisticate sono vulnerabili. Soluzioni? Dalle pillole ai «tatuaggi»
La fine dell’era delle password è una profezia che risale al 2004. «Non c’è dubbio che con il tempo le persone vi faranno sempre meno affidamento», diceva Bill Gates all’annuale conferenza Rsa sulla sicurezza informatica a San Francisco. Troppi servizi a cui accedere, troppe combinazioni di numeri e lettere da mandare a memoria, secondo il creatore di Microsoft. Così gli utenti ripiegano su quelle preimpostate, o sulla stessa per mail, social network, tutto. E a guadagnarci sono i ladri di identità online.
Dopo quasi un decennio, l’ipotesi di Gates non è mai stata tanto attuale. Perché da allora il problema si è solo aggravato. La cronaca lo testimonia: dall’intrusione nel network online dei videogiocatori Sony a quelli, recenti, di LivingSocial e LinkedIn, sono milioni le password violate, con nomi, cognomi e credenziali di accesso pubblicate in rete e disponibili a chiunque sia dotato di una connessione. Poi ci sono i profili Twitter compromessi. Per quello dell’«Associated Press» è bastato un cinguettio con una notizia fasulla per causare, anche se solo per tre minuti, perdite in Borsa per 136 miliardi di dollari. Ancora, ci sono casi come quello del giornalista di «Wired», Matt Honan, con i malintenzionati in grado di intrufolarsi nel suo profilo su Amazon, poi su Apple, quindi Google, Twitter e infine di cancellare in remoto tutti i contenuti presenti sui suoi iPhone, iPad e MacBook. Risultato? «In un’ora la mia intera vita digitale è stata distrutta».
Colpa del cloud computing, la nuvola informatica che tutti i servizi unisce e rende dunque interdipendenti, nel bene e nel male. Ma anche degli utenti, che non hanno perso la cattiva abitudine di utilizzare password troppo semplici da violare: secondo una ricerca pubblicata dal produttore di soluzioni per la sicurezza SplashData lo scorso novembre, le tre più usate nel 2012 sono state le stesse dell’anno precedente. E cioè password, appunto, 123456 e 12345678. Non esattamente a prova di furto. Del resto, il 91% dei sei milioni di utenti analizzati dal consulente per la sicurezza Matt Burnett per il suo volume Password Perfect (Syngress Publishing, 2006) usa una delle mille parole chiave più comuni. Di nuovo, in testa c’è password, usata dal 4,7% degli utenti. Possibile siano tanto disinteressati alla propria sicurezza online?
I sondaggi danno risposta affermativa. Quello commissionato dal produttore software Janrain sostiene che quattro americani su dieci preferiscano pulire il bagno di casa che cambiare password. Benché, per esempio, ai ricercatori dell’Università di Erlangen, in Germania siano bastati 50 secondi per «crackare» — come si dice in gergo informatico — le password generate in automatico dagli hotspot wifi di Apple. Per il 38%, poi, è più facile risolvere il dramma della fame nel mondo che districarsi tra le decine di parole chiave che ci vengono richieste quotidianamente.
Burnett, raggiunto da «la Lettura», conferma: «Sorprendentemente, la lista delle mille password più comuni è cambiata poco o nulla negli ultimi decenni». Il problema, spiega, è che «è difficile per l’utente medio capire esattamente cosa sia una password forte e cosa una debole. Per molti, un nome e un po’ di numeri sono sufficienti». O una data significativa o un nomignolo. Ma non è così. Anzi, anche sequenze molto complesse sono semplici da violare. Lo ha dimostrato un cronista del sito tecnologico «Ars Technica»: senza alcun rudimento di hacking, e usando solamente programmi gratuitamente reperibili in rete, ha potuto decifrarne 8 mila in un giorno. «Pensavo fosse facile — annota — ma non ridicolmente facile». Il ben più esperto Giuseppe Paternò, decano della sicurezza informatica in Italia, si è spinto oltre. Come racconta via mail, «durante un test per un’emittente radiotelevisiva europea, in una giornata abbondante ho “recuperato” quasi tutte le password sufficienti per arrivare ai sistemi di messa in onda audio/video». E non solo: «Potevo, da posizione remota, cambiare i programmi, o spegnere tutto. Un danno non indifferente». Insomma, il sistema non regge più.
Ma è possibile farne a meno, come ipotizzava Gates? C’è chi ha scommesso sul sì. Motorola sta pensando di sostituire le parole chiave con un «tatuaggio digitale» o una pillola da prendere una volta al giorno per verificare la propria identità in rete. Basterebbe dotare il primo di sensori adatti, e la seconda di un interruttore permandare segnali riconoscibili dai sistemi di sicurezza una volta a contatto con gli acidi gastrici. «Perché non trasformare il proprio intero corpo in uno strumento di autenticazione?», si è chiesta — in un’intervista alla conferenza D11 — Regina Dugan, a capo dell’area Ricerca avanzata dell’azienda ed ex appartenente alla Darpa, l’agenzia della Difesa statunitense dedicata all’innovazione militare.
Meno futuribile, ma con la stessa voglia di archiviare «l’età della pietra» delle password è il progetto di Steve Kirsch, OneID. Un servizio che promette di fornire «la migliore tecnologia per rimpiazzare la combinazione username/ password», e sostituirla con un unico accesso («per domarli tutti», scrive in stile Signore degli Anelli) basato sulla «firma digitale». Per esempio, un codice Pin digitato sul proprio smartphone. Senza che i server dell’azienda custodiscano alcun dato: i segreti della propria sicurezza sono conservati direttamente sul proprio computer o telefonino, e protetti tramite crittografia. Disponibile su «oltre 200 siti», Kirsch sostiene via mail che il suo prodotto sia «una rivoluzione» nella gestione dell’identità online, «il progresso più sostanziale del settore negli ultimi 50 anni». Andrebbe cioè oltre la semplice «autenticazione a due fattori, tramite, per esempio, l’inserimento di un codice ottenuto via sms («non è altro che un’aggiunta a un sistema fallace», dice Kirsch). E rappresenterebbe la versione «affidabile» del bottone che ci permette di accedere a un servizio terzo (per esempio, il misuratore di influenza online Klout) tramite Facebook: «Oggi basta un errore di codifica commesso da Facebook perché qualcuno possa asserire la vostra identità senza il vostro consenso. Con OneID non può accadere».
Anche qui la concorrenza non manca, da Mydigipass all’applicazione per smartphone Authentify xFA,ma non tutti sono d’accordo con i proclami entusiastici di Kirsch. «Se un’azienda sostiene di offrire un prodotto che rimpiazzi le password — dice Burnett — fareste meglio a essere molto scettici». Perché «in un mondo dove i servizi online simoltiplicano e automatizzano, delle password non ci libereremo mai». Strumenti di autenticazione fisica, come le chiavette utilizzate per i servizi bancari in rete, possono sempre essere rubati. «E non potremmo mai cambiare le nostre impronte digitali se fossero digitalmente compromesse», ammonisce il consulente. Conclusione: «Invece di rimpiazzare le password, dovremmo sviluppare modi per renderle più sicure e gestirle meglio». Il problema, prima che tecnologico, è culturale. «Non la password di per sé, ma il fattore umano», nelle parole di Paternò. E la cultura dell’adozione di forme più sicure di autenticazione della propria identità online «manca anche tra gli addetti ai lavori». Senza contare che bisogna anche «trovare il giusto equilibrio tra praticità d’uso e sicurezza». Qualcosa si può fare, tuttavia: «Usare un passwordmanager come LastPass o KeePass, così da non dover ricordare tutte le singole password», consiglia Burnett; «usare una password per sito, e variare anche lo username; sfruttare i sistemi di “autenticazione a due fattori”, che prevedono l’utilizzo congiunto di diversi metodi di autenticazione, quando disponibili».
«Corriere della sera - suppl. La lettura» del luglio 2013

Il dilemma dell’Europa capitalismo vs democrazia

Una discussione tedesca, i destini di tutti
di Maurizio Ferrara
L’integrazione politica ci salverà?
Non ci vuole molta perspicacia per capire che il futuro dell’Europa dipende oggi dalla Germania. Il governo di Berlino è stato sinora alquanto riluttante a rivelare i propri piani strategici. In vista delle elezioni di settembre, Angela Merkel e gli altri leader politici si sono infatti sforzati di «de-politicizzare» il tema europeo, per non spaventare gli elettori ed evitare rigurgiti di nazionalismo e populismo. Al di fuori dell’arena elettorale, il dibattito tedesco è tuttaviamolto vivace. Negli ultimimesi si è accesa ad esempio una vera e propria controversia fra due intellettuali di grande calibro: il sociologo Wolfgang Streeck e il filosofo Jürgen Habermas. Oggetto del contendere è, appunto, il futuro dell’Unione Europea. Secondo Streeck, l’integrazione economica sta uccidendo la democrazia per difendere il capitalismo: meglio ripristinare al più presto i ripari dello Stato nazionale. Per Habermas invece l’approfondimento politico della Ue è l’unica via per salvare la democrazia e riconciliarla con il mercato. Pur toccando temi «alti» di teoria sociale, lo Streeck-Habermas Debatte ha avuto grandissima eco nei mezzi di informazione ed è un vero peccato che le barriere linguistiche ne abbiano sinora ostacolato una maggiore diffusione internazionale.
Streeck è uno dei più noti sociologi europei e ha diretto a lungo il prestigioso Istituto Max Planck per la ricerca sociale di Colonia. Negli anni Settanta è stato allievo di Adorno: ha dunque assimilato il pensiero neomarxista della celebre Scuola di Francoforte. Pochi mesi fa, Streeck ha pubblicato un libro dal titolo: Gekaufte Zeit, ossia «tempo comprato» (o «guadagnato», secondo l’edizione italiana). Con questa espressione sibillina l’autore vuole caratterizzare la strategia seguita dal «tardo capitalismo» (un concetto di marca tipicamente francofortese) per venire a patti con la democrazia, addomesticare i conflitti e scongiurare la propria crisi strutturale. Negli anni Sessanta, il sistema capitalistico comprò tempo con il welfare state keynesiano. Dopo la crisi petrolifera si servì del debito pubblico come grande ammortizzatore delle tensioni sociali e politiche. Poi è scoppiata la Grande Crisi. Ecco così l’ultima mossa: la trasformazione della Ue in una macchina al servizio del capitale (finanziario), al fine di soffocare le istanze della società tramite politiche di austerità e ricreare condizioni favorevoli al profitto tramite liberalizzazioni e concorrenza.
La prosa di Streeck è colorita, le sue accuse velenose. Durante la crisi il capitale finanziario ha collocato i suoi gendarmi (come Monti, Draghi, Papademos) direttamente nelle stanze dei bottoni, ha ordito intrighi machiavellici per tenere in sella leader impresentabili come Berlusconi. La Ue ha iniziato a ricattare apertamente i governi nazionali, costringendoli a conformare le loro decisioni agli interessi della finanza globale. L’obiettivo finale di questo tardo «tardo-capitalismo» è quello di liberarsi definitivamente della democrazia, consolidando un governo sovranazionale libero da condizionamenti, ispirato da un software «hayekiano» di sostegno al libero mercato.
Se il quadro è questo, l’unica soluzione (per la sinistra, ovviamente) secondo Streeck è quella di far saltare tutto, soprattutto l’euro, mettendo a nudo la favola del capitalismo «socialmente responsabile» e tornando al conflitto di classe socialdemocratico entro le mura dello Stato nazionale.
In una lunga recensione apparsa lo scorso maggio, Habermas ha rivolto critiche molte incisive alle tesi di Streeck. Come è noto, anche Habermas viene dalla Scuola di Francoforte, e infatti condivide l’idea che capitalismo e democrazia siano in costante tensione fra loro. Nel corso del tempo, tuttavia, il grande filosofo ha preso le distanze dal neomarxismo, avvicinandosi alla prospettiva weberiana e alla tradizione del liberalismo pragmatico ed egalitario. Streeck ha ragione, sostiene Habermas, a criticare l’eccesso di influenza del capitale finanziario e ad attaccare il «federalismo esecutivo» della Ue di oggi, quasi del tutto scollegato dai tradizionali circuiti della rappresentanza. Ma il sociologo del «Max Planck» sbaglia due volte: primo, nel formulare una implausibile teoria della cospirazione; secondo, nel raccomandare l’«opzione nostalgica» di un ritorno al passato. Secondo Habermas, la democrazia può salvarsi solo grazie all’Europa, più precisamente grazie alla realizzazione di una genuina Unione Politica. Ciò che il filosofo ha in mente è una «Comunità di Stati», i quali continuerebbero a giocare un ruolo di primo piano nell’attuazione delle politiche pubbliche e nella salvaguardia delle libertà civili. Una comunità, tuttavia, capace di fornire ai cittadini europei una Wir-Perspektive (una prospettiva del «noi»), uno stimolo a tenere in conto gli interessi di tutti e non solo quelli dei propri connazionali.
Per procedere verso questa meta, Habermas ritiene assolutamente necessario superare lo status quo su due fronti cruciali. Il primo è istituzionale: «detronizzare» il Consiglio Europeo e rivitalizzare il metodo comunitario. Il secondo è sostanziale: accettare un più elevato livello di redistribuzione fra Stati tramite il bilancio dell’Unione. Mutualizzazione del debito, eurobond, unione bancaria e così via: solo con questi strumenti è possibile uscire dalla crisi salvaguardando democrazia e solidarietà.
È chiaro che il principale ostacolo alla realizzazione di questo progetto è, al momento, proprio la Germania. Ed è su questo punto che Habermas svolge il ragionamento forse più interessante. Come già altre volte nell’ultimo secolo e mezzo, la Germania si trova oggi in mezzo al guado: troppo piccola per dominare il continente, troppo forte per giocare da sola. L’interesse politico di Berlino dovrebbe essere il rafforzamento della Ue proprio per compensare la propria incompleta egemonia ed evitare che questa generi pericolose tensioni. Inoltre — qui Habermas cita un altro grande sociologo tedesco, Claus Offe — la Germania è stata il maggiore beneficiario della moneta unica: esiste dunque anche un obbligomorale a imboccare la strada della solidarietà. I partiti tedeschi debbono rassegnarsi a «politicizzare» la questione europea, parlando chiaro agli elettori. Per questo Habermas arriva al paradosso di auspicare il successo del nuovo partito Alternative für Deutschland, esplicitamente antieuropeo: servirebbe per spingere allo scoperto tutti gli altri, a far emergere i reali scenari alternativi, con i loro costi e benefici.
Non so se questo auspicio sia condivisibile: lo sciovinismo tedesco non ha mai aiutato l’Europa ed è stato sempre disastroso anche per la Germania. Ma le tesi di fondo di Habermas (e, dunque, le sue critiche a Streeck) mi sembrano corrette. Se non sale verso l’Europa, la democrazia rischia di farsi soffocare dagli imperativi del mercato. Se non si libera delmetodo intergovernativo, la Ue non può dar vita ad una Wir-Perspektive capace di sorreggere più solidarietà e coesione. La disponibilità della Germania è indispensabile per creare una genuina Unione Politica. E il metodo e la filosofia Merkel sono oggi un ostacolo a tale disponibilità.
A questo punto, aspettiamo le elezioni di settembre. Poi, però, alziamo la voce e incalziamo Berlino. Nella primavera del prossimo anno si rinnova il Parlamento di Strasburgo. La Germania ha il dovere politico e morale di spiegare a tutti gli elettori europei come intende usare la propria ingombrante semi-egemonia.
«Corriere della sera - suppl. La lettura» del luglio 2013

Gli snob della cultura

Un libro (sbagliato) di Vargas Llosa riapre il caso L’inutile resistenza dei «puristi della democrazia»
di Pierluigi Battista
Prima accusavano i romanzi, oggi i videogiochi e i tablet Ma il progresso è un’osmosi
Mario Vargas Llosa, uno dei più grandi e meritatamente celebrati scrittori contemporanei, un paio di secoli fa sarebbe stato considerato uno scribacchino intento ad attentare alla purezza della Grande Cultura. Nel suo ultimo libro La civiltà dello spettacolo (Einaudi) Vargas Llosa tuona contro le nefandezze della cultura di massa, irride quell’insieme di abitudini degradate che connotano apocalitticamente la democrazia culturale fatta «esclusivamente di film, programmi televisivi, videogiochi, concerti rock, pop e rap, video e tablet». Praticamente i suoi colleghi romanzieri nell’Europa all’inizio dell’Ottocento erano considerati allo stesso modo: dei poco di buono, sabotatori della nostra civiltà. Cambiano i bersagli dell’invettiva, ma il lamento sulle brutture della democrazia culturale, quello non cambia mai.
Vargas Llosa sostiene che la cultura contemporanea, a differenza del passato, ha assunto le forme di un gigantesco e abietto videogioco. C’è un bellissimo passaggio de La cultura degli europei di Donald Sassoon che però dovrebbe farlo riflettere. Anche il romanzo «è stato infatti considerato un genere inferiore: la preoccupazione per le conseguenze dell’allargamento del mercato culturale è sempre presente nella storia della cultura. Ogni passo avanti nella divulgazione, ogni rivoluzione tecnologica, ogni innovazione sono accompagnati da crisi di panico per l’imminente crollo della civiltà». E Sassoon continua, con esempi che sono esattamente quelli evocati da Vargas Llosa: «Al giorno d’oggi genitori e insegnanti piangono lacrime di gioia se un bambino preferisce i romanzi alla televisione o ai videogiochi; all’inizio dell’Ottocento invece molti letterati guardavano con preoccupazione alla crescente passione per i romanzi nelle famiglie borghesi, temendone i possibili effetti sui soggetti più impressionabili, cioè donne e bambini». E infatti lo stesso Flaubert, che con Madame Bovary ha descritto le conseguenze rovinose della lettura di storie sentimentali nella mente «impressionabile» dei nuovi lettori, ha voluto scolpire nel Dizionario dei luoghi comuni la massima simbolo di tutti i detrattori della democrazia culturale: «I romanzi corrompono le masse».
La critica alla democrazia culturale è un campionario di luoghi comuni, spiace notarlo nel commento a un libro di un grandissimo scrittore. I puristi della cultura ammonivano sulle nefaste conseguenze dell’invenzione del pianoforte, destinato a soppiantare la sacralità della musica d’organo. Poi se la sono presa con il pianoforte amuro, versione piccolo borghese di quello a coda. Poi se la sono presa con il fonografo, che avrebbe distrutto, grazie alla «riproducibilità tecnica» descritta da Walter Benjamin, ogni «aura» artistica alla musica. Se l’erano presa con l’opera lirica e il melodramma, e invece i nuovi borghesi dell’Ottocento, che beneficiavano delle nuove opportunità della democrazia culturale insegnarono ai fanfaroni dell’aristocrazia la buona educazione e la regola del silenzio a teatro, prima usato come esibizione volgare di superiorità sociale (nei palchi nobiliari si chiacchierava durante lo spettacolo, si mangiava, si flirtava, si orinava addirittura). Altro che degradazione portata dal mercato. Grazie al mercato, Mozart, vessato da mecenati meschini e filistei ma che erano stati la sua unica fonte di sostentamento, poté comporre Il flauto magico: sarebbe diventato ricco grazie al suo ingegno, se la morte precoce non avesse strappato quel genio dal palcoscenico del mondo. Persino l’invenzione «gutenberghiana» dei caratteri a stampa incitò i conservatori ai soliti sospiri malmostosi sull’imminente «fine della civiltà». C’è sempre la fine di qualcosa ogni volta che si allarga la platea dei lettori, degli ascoltatori, degli spettatori. C’è sempre la fine di qualcosa quando una barriera si infrange, un privilegio santificato dalla Tradizione viene meno. Con l’invenzione della fotografia si gridò alla fine dell’arte. Con l’invenzione del cinema si pianse sulla fine del teatro. Con l’irrompere del romanzo, tra l’altro contaminato con il giornalismo popolare, si lamentò la fine delle Lettere.
Chi grida alla fine di qualcosa ha un’idea hegeliana nella testa. Pensa che lo Spirito del Mondo si incarni in una forma, e in una forma soltanto, escludendo tutte le altre. L’hegelismo culturale presta attenzione solo alla forma dominante e ne fa l’unica espressione di un’epoca. Non tollera la varietà, la pluralità, la coesistenza. Non concepisce che la democrazia culturale sia una sfida continua, uno stimolo pressante al cambiamento. Pensa che la competizione sia un Male, uno stress inutile, una profanazione nel Tempio della Cultura. E infatti a gridare alla «fine» di qualcosa di eccelso sono sempre i nemici della democrazia culturale, quelli che pensano che il mercato sia qualcosa di inverecondo, qualcosa che involgarisce e corrompe gli autori e i fruitori della cultura. Ma il loro è un pregiudizio: le cose nella storia non sono andate assecondando le loro fosche e ripetitive profezie apocalittiche.
Senza l’invenzione della fotografia non avremmo avuto l’Impressionismo e forse tutte quelle forme dell’arte che vogliono rappresentare qualcosa di diverso dalla «realtà» e dal realismo fotografici. Quando venne inventato il cinema, il mondo ha conosciuto una stagione fertilissima nella drammaturgia e nel teatro. Quando venne introdotto il sonoro nel cinema Luigi Pirandello proclamò perentoriamente che era la «fine» della settima arte. Poi è arrivata la televisione, che non ha provocato l’esaurimento del cinema. Teatro, cinema e televisione «convivono ». Con le stesse tecniche che hanno consentito l’invasione dei videogiochi deplorati da Vargas Llosa, con pochi clic è possibile visitare i più bei musei del mondo, con una riproduzione meravigliosa delle opere d’arte e spiegazioni di ottimo livello. È una degradazione culturale? Oppure ad affollare i musei, il British Museum, gli Uffizi, il Louvre, il MoMa a New York sono persone, classi, popoli che mai prima di adesso hanno potuto apprezzare anche l’ombra di un’opera d’arte? Degradazione rispetto a quale standard precedente?
Le persone più colte e più sofisticate hanno tutte le possibilità di non uscire da una dimensione raffinata ed elitaria della loro esistenza: tenendo la tv rigorosamente spenta possono continuare e leggere tutti i libri che desiderano, andare ai concerti, visitare musei ancora non raggiunti dallo scalpiccio e dal cattivo odore delle grandi masse corrotte e volgari, avere in casa una fantastica cineteca di film rari e pressoché sconosciuti al popolo succube della tv, frequentare i ristorantini raffinati dove si servono i prodotti Doc consigliati da Slow Food senza mai mettere piede in una fetentissima hamburgeria tanto amata da sciami di giovani incolti e schiavi della civiltà dei consumi frivoli. Chi glielo impedisce? Gli hegeliani nemici della democrazia culturale sono dei paranoici inveterati: hanno paura di tutto e soprattutto si ribellano preventivamente all’ondata della cultura di massa che potrebbe sommergerli. Ma nessuno vuole toccarli. Loro conoscevano perfettamente l’opera omnia di Cajkovskij, ma non dovrebbero deplorare il fatto chemilioni di spettatori siano arrivati al suo Concerto per violino e orchestra attraverso la visione di quel film straordinario e commovente che è Il concerto di Radu Mihaileanu. Certo, la confusione è sempre in agguato e può capitare, come è capitato realmente, che si confonda Mozart con un jingle di Carosello e che qualcuno, ascoltando per caso le note della Nona di Beethoven, abbia esclamato: «Questa è la colonna sonora di Arancia Meccanica!». Ma in fondo anche Kubrick è stato un grande artista, l’equivoco può essere dissipato.
Si è perduta l’«aura», certo. Ma solo per chi ne apprezzava la presenza. E non è sempre colpa della «tecnica» che riproduce serialmente un’opera, attentando alla sua irriducibile «unicità». Se le chiesemoderne sono mediamente più brutte e incolori di quelle costruite in passato non è colpa della civiltà degradata dalla democrazia culturale, ma dall’indebolirsi della fede e delle convinzioni religiose. Si pubblicano romanzi peggiori di decenni fa come pure, con encomiabile ironia autocritica, suggerisce Vargas Llosa? Può darsi, ma non è detto che la colpa sia degli editori troppo attaccati al quattrino e al guadagno facile. Chi è preoccupato per le sorti della civiltà dovrebbe angosciarsi perché la scuola non funziona, o perché i giovani ricercatori sono asfissiati dalle caste baronali. Invece di invocare i finanziamenti pubblici a pioggia e indiscriminati per la cultura, dovrebbe concentrarsi in quei settori (sale da concerto, orchestre, teatri lirici) che non riescono a reggere con i soli proventi del mercato e dunque rischiano di morire, impoverendo, qui davvero, il patrimonio culturale dell’umanità. Ma senza dimenticare — lo spiega sempre Sassoon con dovizia di particolari — che proprio l’istituzione di quelle orchestre, di quei teatri aperti alla borghesia, fu interpretata come la fine di un mondo, quella in cui imperversava la musica sacra o la musica da camera.
Ma è difficile per gli intellettuali, così propensi a fustigare la corruzione del mercato e le novità della democrazia culturale, accettare questa realtà. Victor Hugo era uno scrittore celebrato come un monumento nazionale e i suoi funerali furono maestosi e commoventi. Eppure Hugo era malvisto dai suoi colleghi perché troppo «popolare» con i suoi Miserabili e quando chiesero ad André Gide chi fosse a suo parere il più grande scrittore moderno lui rispose, sconfortato: «Hugo, purtroppo!». Tutta la storia si concentra in quel «purtroppo». Purtroppo Arthur Conan Doyle malediceva il suo editore accusato di voler pubblicare soltanto i suoi libri con Sherlock Holmes, una miniera d’oro: si sentiva schiavo del successo ottenuto con la letteratura «minore» e voleva che gli venisse pubblicata un’opera d’arte di rango «superiore» e che nessuno, presumibilmente, avrebbe letto. Forse considerava le avventure di Sherlock Holmes la «fine della letteratura»: l’orrore della democrazia culturale.
«Corriere della sera - suppl. LA lettura» del luglio 2013

Politica on-demand: rivoluzione in rete

di Fabrizio Mastrofini
Le tecnologie digitali hanno già cambiato la nostra vita e la iper-connessione è destinata a crescere. Per questo è necessario un uso consapevole da parte dei cittadini e serve un’attenzione della politica per accrescere lo sviluppo riducendo ogni «divario digitale». Il lavoro è enorme e l’Unione Europea ha messo in campo un progetto di amplissimo respiro. Si chiama Onlife Initiatives - A Digital Agenda for Europe, che si concluderà nel 2020 (https://ec.europa.eu/digital-agenda/en/onlife-initiative). Ne parliamo con Luciano Floridi, docente di filosofia ad Oxford, consulente Unesco, esperto di etica e comunicazione, esponente di spicco della Onlife Initiatives.
La tecnologia serve per aiutare le persone ma anche per spiarle, come rivelano gli ultimi eventi di queste settimane. Qual è la sua valutazione?
«La tecnologia è spesso plastica, prestandosi a diversi usi, a volte contraddittori. Nel caso delle Ict (Information and Communication Technologies) questa potenziale contraddizione è ancora più accentuata proprio perché si tratta di tecnologie altamente malleabili. La loro alta flessibilità le rende utili fino al punto di essere ormai indispensabili, ma le rende anche pericolose e potenzialmente dannose. Perciò la questione etica non è se le Ict siano neutre, la tecnologia non lo è mai. E non è neppure se usi impropri di dette tecnologie siano etici se autorizzati da qualche potere politico o economico. È vero il contrario: un potere è giudicato più o meno etico sulla base delle azioni che commette o permette. La questione etica è quali debbano essere i principi regolatori che permettano, vincolino, facilitino o ostacolino determinati usi di tanta potenziale flessibilità tecnologica. Su questa fondamentale questione, il mondo si sta ancora chiarendo le idee».
Ci sono degli strumenti che la politica può escogitare a difesa dei cittadini e per il progresso?
«Nelle società dell’informazione cambia esattamente (anche) il modo in cui si concepisce la politica e si realizzano le sue attività concrete. Diciamo che allora ci si deve chiedere: che cosa possono fare i cittadini di una società dell’informazione per aggiornare la politica alle nuove esigenze che la vedono ormai globale? Una risposta breve a questa domanda è: ripensare gli agenti politici (incluso, ma non solo, lo stato nazionale di origine moderna) come sistemi-multiagente, da disegnare sulla base dei principi di giustizia e tolleranza. Chiaramente si tratta di un lavoro enorme, che va fatto anche alla luce di quanto poi i nuovi sistemi politici-multiagente saranno in grado di fare per i cittadini che li hanno creati».
Si può esercitare la democrazia in rete?
«La novità della rete non sta nel creare un nuovo partito, movimento, raggruppamento, team o come lo si voglia chiamare, un fantomatico “popolo della rete”. L’errore sta nel pensare che si possa permutare la tessera di partito con l’indirizzo ip del proprio computer. Al contrario, la rete crea nuove forme di politica perché va nella direzione del ribaltamento della condizione di default sociale, ribaltamento che unisce molte forme di aggregazione politica internazionali. Stiamo passando dal considerare il politico come la condizione di partenza, in cui si è sempre cittadine e cittadini, al non-politico come condizione di partenza, in cui si decide di esercitare il proprio ruolo di cittadine e cittadini su chiamata, di volta in volta, su specifiche questioni, per determinate ragioni o cause, in altre parole, on-demand. La rete al contempo rende possibile la politica on-demand e rappresenta, nella sua forma di comunicazione più distribuita e meno gerarchica e just in time, l’incarnazione più attuale della partecipazione (attenzione, non voto) su richiesta. Ecco perché chi parla di “popolo della rete” o magari pensa alla rete come a una modalità di politica diretta permanente, coglie solo a metà i cambiamenti in corso. Si vede il nuovo ma lo interpreta con il vecchio».
«Avvenire» del 19 luglio 2013

21 luglio 2013

Omofobia, basta la parola ​

La proprietà performativa di alcuni termini: finiscono con il generare ciò che dicono
di Paola Ricci Sindoni *
Era del filologo tedesco di origine ebraiche, Victor von Kemplerer la convinzione che «la lingua crea e pensa per te», al posto tuo siamo, cioè, condizionati dall’ambiente linguistico entro il quale siamo immersi e che determina i nostri comportamenti. Il linguaggio, d’altronde, subisce di continuo una ricreazione ideologica e culturale che affianca, accanto al suo carattere descrittivo, anche una proprietà performativa.
Certe parole, insomma, hanno il potere di generare ciò che dicono, enfatizzando in modo persistente un termine, creduto infine come reale. Vogliamo provare a chiarire semanticamente la parola 'omofobia'? Essa consiste, come si sa, di due suffissi: omo , che sta per omosessualità, e fobia. La fobia è desunta dalla terminologia psichiatrica; denota l’ avversione patologica per cose o situazioni e il paziente, affetto da tale sindrome, percepisce con sofferenza il restringimento ossessivo del suo mondo vitale.
È anche vero che il termine 'fobia' è stato nel tempo 'performato' all’interno del linguaggio comune e in quello politico per indicare una ostilità irragionevole e preconcetta verso persone o gruppi di persone: verso popoli diversi (da qui la 'xenofobia'), in nome della superiorità della razza, come drammaticamente hanno dimostrato i totalitarismi di Novecento.
L’insulto razzista, ancora presente in alcune subculture, genera giustamente lo sdegno morale e la riprovazione giuridica: ne è esempio il caso recente legato all’offesa verso il nostro ministro Cécile Kyenge. E l’omofobia? La persistenza di pregiudizi culturali sull’omosessualità continua purtroppo a mostrare qualche segno di vitalità, ma non certo ha raggiunto nel nostro Paese forme aggressive e livelli di guardia così alti, da esigere un contrasto legislativo.
La cronaca di questi ultimi anni ci consegna episodi di discriminazione, più che di ostilità violenta, tali da provocare impossibilità, da parte dei gay, di organizzare la propria vita personale e lavorativa. Il fenomeno, ce lo dicono gli psicologi, è spesso legato ad ambienti segnati da pseudoculture maschiliste e a fasi della vita adolescenziale e giovanile, quando ancora si lotta per la formazione della propria identità sessuale. Si sono di recente sentiti casi di violenza fisica o di omicidio da iscriversi a fobia/avversione patologica verso i gay? Oppure episodi significativi di persone omosessuali, discriminate nei concorsi pubblici, nell’ambito della ricerca scientifica o nell’impegno politico, proprio in ragione della loro differente predisposizione sessuale?
Pare, al contrario, che, grazie anche al carattere performativo/culturale del linguaggio, specie quello cinematografico e televisivo, si stanno veicolando figure di omosessuali (sempre e solo denominate «gay») come persone sensibili e generose, con un carattere rassicurante e tenero, sempre pronti a soccorrere le coppie etero, perennemente in crisi. Non esiste, dunque, l’omofobia, come concreta avversione odiosa nei confronti di differenti orientamenti sessuali? Certo che sì, spesso alimentata da uomini maschilisti, per così dire, che insieme a agli omosessuali, odiano le donne (e persino le ammazzano), credendosi padroni della loro vite.
Non c’è dubbio che occorre lavorare culturalmente perché ogni essere umano sia salvaguardato nella sua dignità e protetto da ogni forma di discriminazione: donne fragili sottomesse a uomini violenti, giovani in ricerca della propria identità, maschi e femmine con una differente predisposizione sessuale, persone dal colore diverso della pelle. Affidiamoci piuttosto alle regole del buon senso e al linguaggio discorsivo della gente comune. Quella gente che oggi assiste con rassegnazione frustrante al 'lavoro' della politica, oppressa da ben altre impellenti priorità, e stanca di questioni ideologiche che richiedono più formazione culturale e meno inutili vincoli giuridici.
* Presidente di Scienza&Vita
«Avvenire» del 20 luglio 2013

20 luglio 2013

Guerrieri omerici prima di Omero

Il ritrovamento dieci anni fa, ora un saggio scientifico riscrive una pagina della manifattura e della cultura greca
di Anna Lucia D’Agata
Una danza armata dipinta su un vaso cretese del X secolo a.C. La scoperta eccezionale aiuta a ridefinire i processi civili e sociali di iniziazione dei giovani
Nessuno nel mondo antico poteva dirsi più abile dei cretesi nell’arte della danza. Gli abitanti dell’«isola dalle cento città» erano considerati danzatori per antonomasia e tale fama appare già ben radicata nei poemi omerici. Vi si narra che a Cnosso, Dedalo, il leggendario artefice del Labirinto, aveva costruito per Arianna «dalla bella chioma» una pista da ballo, dove giovani e fanciulle danzavano tenendosi per mano, piroettando su se stessi, o lanciandosi in assolo acrobatici.
L’eroe cretese Merione, discendente dal mitico re di Creta Minosse (e atleta protagonista dei giochi funebri per Patroclo), è detto capace di schivare la lancia nemica proprio in virtù della sua abilità nella danza. A Creta, infine, e ai Cureti, leggendari daimones cretesi, era assegnata l’invenzione della più celebre delle danze, la danza armata o pyrriché, che svolgeva un ruolo primario nell’educazione dei giovani. Riservata a occasioni molto speciali come cerimonie funebri o iniziazioni giovanili, e finalizzata all’esibizione dell’abilità individuale, la danza armata era il mezzo attraverso cui i giovani greci imparavano a usare le armi al suono della musica, a maneggiare in maniera appropriata lancia e scudo, ad acquisire la necessaria agilità fisica per combattere fianco a fianco con i loro compagni.
I danzatori di pyrriché erano rappresentati nudi, con indosso solo lo scudo e l’elmo, e con in mano un’arma d’offesa, la lancia, la spada o il giavellotto. Era in occasione del loro ingresso nel mondo degli adulti, quando venivano acclamati cittadini, e venivano loro assegnati armi e fanciulle come spose, che i giovani cretesi erano chiamati a danzare: allora, al pari dei Cureti — come testimonia un antico inno riportato su un’iscrizione di epoca romana, trovata nel santuario della città di Itanos a Palaikastro, sul versante orientale dell’isola — danzavano in armi attorno all’altare di Zeus.
Nel 2002 a Creta, nello scavo dell’insediamento sulla collina della Kephala, alle propaggini occidentali del massiccio dello Psiloriti e all’interno del territorio della futura città greca e romana di Sybrita, è stato scoperto un cratere fittile decorato con la più antica scena di danza armata, in Grecia, che si data al X secolo a.C. e la cui pubblicazione scientifica è appena apparsa su una rivista specializzata del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Il vaso è un manufatto rivoluzionario che consente di trascinare indietro di alcuni secoli, ben prima di Omero e della nascita della polis nel corso dell’VIII secolo a.C., l’origine della danza armata, pratica sociale tra le più importanti della Grecia antica.
La regione dello Psiloriti è la provincia aspra e impervia di Creta che include anche ilmonte Ida, la vetta più alta dell’isola. Proprio qui la mitologia greca ha collocato la nascita e l’infanzia di Zeus, custodito dai Cureti in una grotta inaccessibile nella quale il fragore creato dai loro scudi avrebbe nascosto i vagiti del bimbo al padre Cronos che lo voleva divorare. Qui l’archeologia moderna ha individuato il santuario in grotta dell’antro Ideo, identificato dagli antichi come culla di Zeus e unico santuario pancretese che l’isola abbia mai avuto.
Anche oggi la regione dello Psiloriti mantiene una sua forte identità, caratterizzata da un’economia spiccatamente pastorale e dalla persistenza di un sistema sociale arcaico, fondato sull’incontrastata preminenza di valori tradizionalmente maschili. In quest’area di Creta la ricerca etnografica ha mostrato come le differenze culturali siano costruite attraverso pratiche sociali che celebrano appunto la mascolinità. Un maschio deve saper bere a dismisura, saper usare le armi, saper danzare, saper razziare gli animali, a un livello tale di eccellenza che tutti lo possano immediatamente riconoscere. Attraverso queste azioni, modi di comportamento speciali, e oggetti come la lira, strumento musicale cretese per eccellenza, diventano il simbolo di gruppi locali e riflettono (ma allo stesso tempo creano), valori condivisi che danno forma alle istituzioni sulle quali la comunità tradizionale è fondata. Volendo indagare le strutture sociali della stessa area alla fine del II millennio a.C. — una fase nella quale l’unico gruppo sociale discernibile è quello dei guerrieri, e la maggior parte delle rappresentazioni figurate rimandano alla caccia — è stato per me quasi inevitabile fare ricorso all’approccio etnografico che si applica al panorama culturale cretese moderno.
Il cratere fittile della danza armata è stato ritrovato all’estremità occidentale dell’insediamento sulla Kephala nel vano principale dell’Edificio 3. Contesto e natura degli oggetti associati al cratere fanno intendere che il vaso fosse stato usato in un ambito elitario e, data la sua complessa rappresentazione figurata, al momento senza confronti, deve essere stato prodotto su commissione per un evento specifico che includeva certo un banchetto: un evento che, possiamo immaginare, a livello locale sia rimastomemorabile. Sul vaso di Sybrita sono dipinti tre guerrieri in armi che a differenza delle raffigurazioni note tra XII e VIII secolo a.C. non sono rappresentati in processione o nell’atto di combattere ma con le braccia sollevate e le palme aperte in atto di danzare. Accanto a loro, una lira e un cimbalo o timpano, strumento musicale simile a uno scudo, alludono all’accompagnamento musicale che doveva scandire la danza dei guerrieri.
Quando il vaso venne dipinto, l’alfabeto non aveva ancora fatto in Grecia la sua comparsa, ma certo storie fantastiche e di eroi — alcune formatesi nelle corti dei palazzi minoici emicenei, altre acquisite dall’ambiente mediterraneo e vicino-orientale — erano da molti secoli recitate e tramandate in forma orale. Molte di queste avrebbero più tardi contribuito alla stesura dell’Iliade e dell’Odissea. La raffigurazione sul vaso di Sybrita non ha precedenti nel repertorio cretese dell’età del Bronzo, né può essere collegata alle scene di derivazione orientale presenti su qualche vaso da Cnosso, allora uno dei principali centri dell’isola. Piuttosto essa deve essere considerata l’invenzione originale di un artigiano che ha tratto ispirazione dal contesto sociale nel quale viveva. In una società fondata sulla comunicazione orale la scena rappresentata, perché avesse successo, doveva essere ben comprensibile al pubblico e contribuire allo sviluppo di un linguaggio visivo comune. Di fatto in Grecia antica le rappresentazioni figurate erano fondate su un discorso narrativo che si stabiliva tra artigiano e fruitori del vaso: attraverso di esso contribuivano entrambi alla costruzione delle storie rappresentate e alla loro trasmissione. In altri termini, le scene figurate non avevano solo intento decorativo, ma svolgevano anche un ruolo socialmente attivo all’interno del loro contesto di riferimento.
La scena rappresentata sul vaso della danza armata è un indizio importante del fatto che nell’insediamento sulla Kephala, a due secoli di distanza dal collasso delle strutture statali dell’età del Bronzo, una comunità socialmente e politicamente articolata aveva nuovamente preso forma sotto la guida di corpi privilegiati che si connotavano come guerrieri, che gestivano l’attività di culto ufficiale ed erano interessati alla propria autorappresentazione. Se dunque il cratere è la forma simbolo del banchetto, la scena di danza armata codifica i modi in cui un gruppo della comunità di Sybrita assegnò a se stesso il privilegio dell’iniziazione maschile, celebrandolo, forse per la prima volta, con una cerimonia che deve aver incluso anche un banchetto. Il vaso può essere considerato l’espressione iconografica e rituale di quell’istituzione che consentiva alla società locale di assicurare la propria continuità, e che avrebbe dominato la forma peculiare di polis che si sarebbe sviluppata a Creta: un sistema basato su gruppi di età in cui l’appartenenza familiare e il legame con il clan ricopriva il ruolo più importante.
In tal senso il cratere di Sybrita sembra esprimere un ideale di mascolinità che va oltre la celebrazione dell’abilità fisica e sostiene la formazione di una «leadership» in grado di assicurare la permanenza al vertice di uno specifico gruppo familiare. Rimandando a un modello di stabilità sociale forse connesso agli stadi iniziali della città-stato, la scena sul cratere di Sybrita raffigura la pratica dell’iniziazione maschile, e i guerrieri rappresentati si possono identificare con giovani cretesi appena ammessi al corpo degli adulti. Ed è verosimile pensare, come aveva intuito Jane Harrison nella Cambridge degli inizi del ’900, che siano stati simili rituali a dare vita amiti come quello dei Cureti ai quali viene attribuita l’origine della danza armata nell’isola. A più di cento anni da quella intuizione, il cratere di Sybrita esorta amantenere attivo il dialogo tra antropologia, sociologia e Grecia delle origini.
«Corriere della Sera - suppl. La lettura» del luglio 2013

19 luglio 2013

Un falò qualunque

di Massimo Gramellini
Quando, nella notte fra il 12 e il 13 luglio, una tanica di benzina irritata a dovere da un fiammifero si mangiò l’intero primo piano di un liceo romano, irresistibile fu la tentazione di dare coloritura ideologica alla vicenda. Il liceo era il Socrate, porto sicuro per gay e minoranze vessate. In passato l’estrema destra ne aveva deturpato i muri perimetrali con slogan omofobi e l’incendio sembrava innestarsi perfettamente in quella trama. Si parlò di atto terrorista e di attacco al libero pensiero, ci si dilungò sulla valenza simbolica dell’attentato, si azzardarono paragoni potenti fra i libri accartocciati dal fuoco e i falò delle antiche biblioteche. Finché ieri la realtà ha bussato alle porte del commissariato di polizia: quattro studenti, accompagnati dagli avvocati che avevano già calcolato la convenienza processuale del gesto, hanno confessato di avere incendiato la loro scuola come vendetta per una bocciatura.
È una lezione importante per noi tromboni e trombette che nel commentare l’attualità siamo indotti a spremere dai fatti un valore universale e a spiegare la violenza con motivazioni ideologiche, ancorché bieche. Se un giorno si scrivesse la storia umana dal basso, forse scopriremmo che le rivoluzioni e le guerre nascono sempre da impulsi primordiali - la fame, l’invidia, il desiderio di dominare o di vendicare un torto vero o presunto - intorno a cui i vincitori incartano i grandi ideali di democrazia e libertà. Non erano omofobi, gli incendiari del Socrate, ma persone incapaci di accettare una sconfitta. Un vuoto di carattere che provoca meno indignazione, forse perché (e qui un po’ riparte la trombetta) è molto più diffuso.
«La Stampa» del 17 luglio 2013

Omofobia, ma chi è davvero discriminato? Non introduciamo falsi diritti

Dibattito più aperto sulla legge al vaglio della Camera
di Francesco Belletti *
L’esame parlamentare della proposta di legge contro l’omofobia e la transfobia sta per entrare nel vivo e il tempo per un dibattito serio e approfondito, ma soprattutto non ideologico, sembra ormai ridotto. Questo nonostante nella scorsa legislatura, per ben due volte, su un provvedimento analogo la Camera abbia riconosciuto pregiudiziali di costituzionalità (in altre parole, la proposta di legge è stata dichiarata incostituzionale prima dell’approvazione). Ma evidentemente c’è molta urgenza di approvare questo provvedimento, anche a rischio di dividere il Parlamento e far tremare il governo, anche senza aprire un serio dibattito sociale e affrontando con leggerezza tutte le possibili conseguenze.
L’omofobia va certamente combattuta sul piano giuridico e culturale, ma questo non mette al riparo da critiche il provvedimento in esame. Una delle criticità è contenuta nella definizione di orientamento sessuale e di identità di genere. Se sull’orientamento sarebbe possibile, in teoria, arrivare a una definizione giuridicamente valida, la definizione di identità di genere quale «percezione che una persona ha di sé come appartenente al genere femminile o maschile, anche se opposto al proprio sesso biologico» introduce un elemento di assoluta soggettività, difficilmente compatibile con il fondamentale principio della certezza del diritto. Proprio per questa soggettività, non condividiamo l’introduzione di una tutela rafforzata – appunto "soggettiva" – per le persone omosessuali o transessuali. L’articolo 3 della Costituzione saggiamente ci definisce tutti uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche, condizioni personali e sociali.
Ora, qualcuno vorrebbe imporre per legge che vi siano persone, in ragione del loro orientamento sessuale, "più uguali" delle altre. A nostro avviso, invece, gli strumenti di tutela per le persone omosessuali, come per altre categorie di soggetti "svantaggiati", sono già presenti nel nostro ordinamento. Non sentiamo dunque la necessità di introdurre questa tutela rafforzata per omosessuali e transessuali. Peraltro, gioverebbe sapere per quale motivo gli omosessuali e i transessuali sono da considerarsi – o si considerano – soggetti svantaggiati. Ma allora, non è forse soggetto svantaggiato la famiglia, che è costretta a subire maltrattamenti continui da parte dello Stato, dimenticata quando c’è da "dare" sostegno, ma sempre in prima fila quando c’è da "chiedere" e "incassare" tasse? Ecco, se c’è qualcuno di veramente discriminato, è la famiglia fondata sul matrimonio, tutelata a parole dalla Costituzione e nei fatti assente dall’azione di Parlamento e governo. C’è un altro, gravissimo aspetto già ampiamente segnalato da molti giuristi: l’approvazione di questa proposta di legge potrebbe comportare il divieto di esprimere il proprio giudizio etico, antropologico, sociale sul fenomeno "omosessualità". Inevitabile il contrasto con l’articolo 21 della Costituzione che garantisce a chiunque il diritto – questo sì – inviolabile di manifestare liberamente il proprio pensiero. Davvero vogliamo diventare come la Francia e la Spagna, dove l’ideologia ha colpito così forte al cuore il linguaggio che non si dice più "padre" e "madre", ma "genitore A" e "genitore B"? Infine, c’è una questione sociale e antropologica che riteniamo più importante di tutte: quale modello di società e di cultura deve promuovere lo Stato, quale etica e morale deve o non deve essere trasmessa alle future generazioni? Vale davvero la pena, su temi di questa portata, rispolverare un vecchio principio che ha guidato l’umanità per millenni e che in questi ultimi anni sembra diventato un’eresia: il principio di precauzione. Per queste ragioni ci rivolgiamo al Parlamento per chiedere che questioni così delicate e con così tante implicazioni siano adeguatamente approfondite e che il dibattito non rimanga una questione interna alle Commissioni parlamentari ma si apra anche al contributo di tutti i cittadini.
*presidente del Forum delle associazioni familiari
«Avvenire» del 18 luglio 2013

16 luglio 2013

La vita non è mai pratica burocratica

La "morte a comando" (e per errore) di un italiano in Svizzera
di Carlo Cardia
La stampa ha dato conto nei giorni scorsi di un tragico caso di "suicidio assistito", risalente a pochi mesi fa e praticato in una struttura svizzera a un magistrato italiano precipitato nello sconforto dalla diagnosi di un male incurabile, che non è però mai esistito (come è stato accertato per le insistenze della famiglia). In sé, una vicenda inquietante su cui su dovrà indagare ancora. Le notizie essenziali del caso sono state riportate da diversi giornali e i lettori di Avvenire la conoscono anche per il commento che il 12 luglio le ha dedicato il direttore nella pagina in cui dialoga con loro. L’episodio a me ne ha fatto venire alla mente un altro, narrato da Umberto Veronesi nel suo libro Il diritto di morire del 2005, dove racconta quanto accaduto a un collega medico in un Paese che aveva legalizzato le pratiche suicidarie. Gli riferì il medico di avere «accompagnato un paziente che voleva essere aiutato a morire.
L’inviato dell’organizzazione ha preparato la pozione letale, il paziente ne ha bevuto la metà e poi ha avuto un ripensamento. L’incaricato gli ha detto: "Guardi che così rischia di avere delle sofferenze indicibili. Beva tutto, perché io sono venuto qui perché lei finisca di bere!". Il paziente ha obbedito, ed è morto». L’episodio, aggiungeva Veronesi, «si commenta da sé». Il rischio che si corre, di fronte a questi episodi, e altri meno conosciuti, è quello di ritenere che siamo di fronte a una semplice crepa nel sistema, a un mancato suo funzionamento, mentre passa nella coscienza comune che il rifiuto della vita, avallato dalla legge, praticato da personale autorizzato, costituisca la normalità, quasi una risposta positiva della società a un legittimo desiderio di porre fine alla propria esistenza.
Ma le anomalie che inevitabilmente si determinano tradiscono la vera natura di leggi come quelle che introducono l’eutanasia, il suicidio assistito, che è quella di sottoporre la vita e la morte a scelte personali drammatiche e tuttavia reversibili e superabili, trattarne l’esecuzione alla stregua di una pratica burocratica come altre. La risposta del medico che, di fronte all’esitazione del paziente, lo invita a seguire il protocollo, ci dice che per gli attori che recitano sulla scena la vita umana non è più un valore da tutelare, come non lo è la volontà individuale tanto esaltata dal pensiero relativista; per essi conta solo portare a termine una pratica che ha i suoi tempi, la sua logica, non ammette intoppi che la fermino o la revochino. La vita della persona finisce in un ingranaggio di cui diviene prigioniera, senza possibilità di sfuggire trarsene fuori. Non c’è ripensamento che possa valere, né amore per la vita che all’improvviso si faccia nuovamente sentire, l’errore è irreversibile.
Può darsi anche la possibilità che, dopo la morte dell’interessato, i parenti chiedano il risarcimento danni per la soppressione di un’esistenza che un intero sistema, che in Svizzera già vige e che in Italia qualcuno vorrebbe, ha permesso di cancellare: generando un errore nella mente del malato, stabilendo che nessuno può scoraggiarlo, né offrire alternative alla decisione di scegliere la morte anziché la vita. Nell’enciclica Lumen fidei Papa Francesco afferma con forza che «la fede non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita», e che essa «diventa luce per illuminare tutti i rapporti sociali», ancor più se sono in gioco valori fondamentali. Le scelte di alcune legislazioni, che permettono di porre fine alla vita in modo cinico e scriteriato, fanno insorgere tristezza, gli episodi terribili di cui ogni tanto veniamo a conoscenza umiliano la nostra umanità, ma c’è una alternativa possibile che è quella di allargare la nostra prospettiva, fare altre leggi per le quali la persona si senta accolta, aiutata, incoraggiata a vivere per sé e per gli altri. Senza la luce della fede la ragione si appanna, smarrisce se stessa, il cinismo relativista può portare al declassamento, e negazione, della tutela della vita che pure il costituzionalismo moderno e le Carte dei diritti umani pongono al vertice dei valori da promuovere e custodire.
Tale cinismo può far approdare le nostre società a un silenzio delle coscienze che è due volte colpevole. Lo è quando episodi come quelli citati scivolano nelle cronache o nelle pagine di un libro senza lasciare traccia, quasi frutti del fato, di un destino malevolo quasi frutti del fato, di un destino malevolo anziché della volontà umana. È ancor più colpevole quando un ordinamento, il legislatore, diversi soggetti sociali, rifiutano di scegliere un’altra strada, per alimentare una concezione più alta e solidale dei rapporti tra gli uomini, che vada in aiuto di chi soffre, garantisca sempre una alternativa al dolore, alla depressione, alla tentazione di rifiutare la vita, sbarri la strada ad ogni errore, eviti che si superi quella soglia dalla quale non si torna più indietro.
«Avvenire» del 15 luglio 2013

14 luglio 2013

Gita in bici (con macchina) lungo la ciclabile Paliano-Fiuggi


La bellezza di una ciclabile fra le montagne
di Francesco Toscano
Panorami e paesini veramente interessanti

Questa gita è resa un po' più complessa, perché il punto di partenza è nella ex stazione di Paliano, al km 50 della strada statale Prenestina e perché l'andata è tutta salita (ovviamente il ritorno è solo discesa - importante per i tempi di percorrenza, perché ci vuole la metà del tempo impiegato a salire). Si parcheggia la macchina nello spiazzale della stazione e ci si inerpica lungo la vecchia ferrovia che collegava Roma con Fiuggi, che dal 1999 è divenuta ciclabile ben segnalata.
Si risale il versante meridionale dei monti Ernici, che presenta dei panorami notevoli sulla valle del fiume Sacco. Seguendo l'itinerario della ferrovia (che non è molto distante da quello della Prenestina), si arriva in borghi che meritano di essere visitati anche solo per pochi minuti, come Serrone, Piglio, Acuto.
Proprio da quest'ultima città si gode il panorama più bello e completo. Lì ci si può fermare per il pranzo (o una breve merenda se si è partiti la mattina e si vuole tornare a Roma per pranzo), per poi godersi una breve discesa verso Fiuggi, che è altra sosta obbligata.

Lunghezza: 46 km
Tempo di percorrenza: 2h 30' (ma dipende molto dall'allenamento e dai tempi di gita a disposizione)
Profilo altimetrico: percorso in lieve ascesa a partire dai 250 m di altezza di Paliano al culmine di colle Borano (vicino Acuto) con i suoi 710 m.
Postato il 14 luglio 2013

Gita in bici nel parco della Marcigliana


Una piacevole sorpresa fra Tiburtina e Nomentana
di Francesco Toscano
Riserva naturale con poche macchine e bei paesaggi di campagna

Presa la via Tiburtina, poco dopo il cavalcavia sulla Togliatti, di gira a sinistra lungo via Casal de' Pazzi, che porta verso via Nomentana. Si supera tale via per arrivare, seguendo via Graf e via Fucini a via della Bufalotta.
Una volta superato il Raccordo Anulare si entra nella Riserva Naturale della Marcigliana, che si può godere a pieno da quando si imbocca la via della Marcigliana a sinistra.
Attraverso piacevoli saliscendi lungo colline e pianure, si arriva a via Salaria. Un'attenzione particolare all'innesto, perché le machine vanno veloci e si deve andare a sinistra. L'aspetto positivo della Salaria è che è del tutto pianeggiante e il fondo e mantenuto piuttosto bene (anche se le macchine procedono a velocità quasi sempre sostenuta).
Una volta incrociata la tangenziale, si può prendere la ciclabile lungo l'Aniene, che segue il fiume piuttosto da vicino e porta fino a piazza Sempione, dopo la quale è facile riprendere la Nomentana e tornare al punto di partenza.

Lunghezza: 45 km
Tempo di percorrenza: 2h
Varianti: all'inizio, arrivati alla via Nomentana, invece di andare verso la Bufalotta, si può seguire proprio la via Nomentana fin dopo il Raccordo Anulare; si prende la prima traversa a sinistra, che è via della Cesarina (nella cartina in alto, si vede a metà a sinistra), che collega con via della Marcigliana.
Postato il 14 luglio 2013

Gita in bici al ponte del Grillo (14 luglio 2013)


Un anello intorno al Tevere a nord di Roma
di Francesco Toscano
Il percorso è molto semplice da seguire. Presenta un dislivello quasi nullo e per buona parte ha tratti alberati che lo rendono piacevole anche in giornate e in orari caldi.
 
Si prende la via Salaria nel tratto urbano a qualsiasi altezza si vuole. E' piuttosto stretta, ma il fondo è ben tenuto e una bella sfilza di platani sulla destra ripara dal sole, almeno di mattina. Poco dopo Monterotondo ci sono visibilissime indicazioni verso la via Tiberina: si può decidere di attraversare il Tevere e poi l'autostrada seguendo un viadotto moderno con ottimo fondo e piuttosto ampio, oppure proseguire poco oltre e girare a sinistra in direzione Torrita, Capena, Fiano.
Il risultato è lo stesso: ci si ritrova sulla via Tiberina e si va verso sinistra in direzione Roma. La strada è stretta e con un fondo veramente pessimo; anche la vegetazione non è così folta come sulla Salaria, il che rende la passeggiata a tratti sgradevole. Purtroppo di 'tiberino' la strada non ha nulla: all'orizzonte ci sono solo macchine sull'autostrada, quindi il Tevere è praticamente invisibile.
All'altezza di Prima Porta la strada si ricongiunge con la via Flaminia (ottima e unica fontanella lungo la Tiberina, poco oltre l'innesto con la Flaminia, quindi basta una piccola deviazione, utile anche per una breve sosta dopo circa due ore di pedalata), piuttosto ampia e con un buon fondo.
A questo punto si può decidere di tornare direttamente passando per il Lungotevere fino a piazza del Popolo oppure fare una piccola deviazione verso San Pietro.
 
Lunghezza: 68 km
Tempo di percorrenza: 3h 30'
Profilo altimetrico: quasi interamente pianeggiante. Qualche 'strappetto' per raggiungere la Salaria 'urbana' e lungo la via Tiberina (molto lievi).
Altri dati: portare acqua perché, almeno nel suo tratto iniziale, il percorso ne è sprovvisto.

Postato il 14 luglio 2013 del luglio 2013

11 luglio 2013

Tornano i moralisti di professione

Quel tintinnare di manette che è sempre preludio dello Stato etico
di Piero Ostellino
A giudicare dai commenti sul processo e la condanna di Silvio Berlusconi, molti italiani pensano sia giusto che un imputato - la cui probità è oggetto di discussione nell'opinione pubblica - non debba godere delle garanzie dello Stato di diritto e venga condannato, anche in difetto di prove, perché «in ogni caso, se lo merita e sconta, così, colpe per le quali se l'era cavata in passato». «Le sentenze - dicono - non si discutono; si rispettano». Anche quando sono palesemente sbagliate e/o ingiuste? Sì, perché, discuterle sarebbe «compromettente» per i magistrati che le hanno erogate. Se, ieri, per molti italiani, era il duce ad avere «sempre ragione»; oggi, forse per gli stessi, sono i magistrati. Non è un gran passo avanti. Sarebbe, perciò, inutile spiegare a costoro che la democrazia liberale è discutibile e perfettibile; che lo Stato di diritto è ben altra cosa del tentativo di «raddrizzare il legno storto dell'umanità» a furor di popolo. Nello Stato di diritto, l'imputato è giudicato per quello che ha fatto, non per quello che è, si presume sia, o appaia attraverso i media; e anche il peggior criminale è garantito dalla legge contro gli eventuali abusi del potere, compreso quello giudiziario, come ogni cittadino onesto. Quando c'è di mezzo Berlusconi, a prevalere, sono i pregiudizi e il quadro diventa di più complessa lettura. Ciò non di meno, il dato sugli italiani e lo Stato di diritto è ugualmente significativo perché non rivela solo il pregiudizio contro Berlusconi, ma anche una opposizione strutturata nei confronti delle «formalità procedurali» dello Stato di diritto in vista della realizzazione di una giustizia «sostanziale». L'Habeas corpus, più che una serie di garanzie a tutela dell'inquisito, è una medicina da subire con lo stesso disgusto col quale, da piccoli, ingurgitavano, a forza, l'olio di fegato di merluzzo. Eppure, la forte cultura progressista, che domina incontrastata sull'intero Paese, avrebbe dovuto vaccinarne i cittadini contro le derive antidemocratiche. Invece, ne è stata la causa, ancorché indiretta. Le campagne contro il Caimano - un pericolo per la democrazia e del quale bisognava sbarazzarsi al più presto e in ogni modo - si sono tradotte in una ideologica e universalistica messa in discussione dello stesso Stato di diritto. Se il Caimano era un pericolo, non aveva senso perdere tempo in formalismi; il problema era eliminarlo e colpire l'infezione che lui aveva provocato. Un giornalismo pedagogico, laico, democratico e antifascista - che doveva essere la levatrice di un popolo di sinistra presidio della democrazia - è stato l'incubatrice di un fenomeno reazionario. È sorta una congerie di tagliagola; di moralisti di professione e di bigotti ideologici; di fautori dell'ordine poliziesco e del tintinnare di manette preludio dello Stato etico. E la strada, costellata di buone intenzioni progressiste, ha portato all'inferno della Reazione.
«Corriere della Sera» del 6 luglio 2013

Il diritto a un'opinione opposta in questa Italia diventa un sogno

Politica e giustizia
di Piero Ostellino
Un magistrato scrive al Corriere che un mio articolo sulla condanna di Silvio e Paolo Berlusconi per la pubblicazione sul Giornale della telefonata di Fassino «contiene affermazioni non veritiere e offensive della reputazione dei magistrati che si sono occupati della vicenda». Più avanti aggiunge, in modo piuttosto prolisso, ma lo stesso chiaro: «Ostellino, scrivendo (...) che ci sia "segreto d'ufficio e segreto d'ufficio a seconda di chi ne trae profitto... non mi risulta che organi di stampa specializzati nel pubblicare segreti d'ufficio usciti chissà come da Palazzo di giustizia e dannosi per la reputazione di Silvio Berlusconi siano stati condannati come lo sono stati Silvio e Paolo Berlusconi; a me questa differenza tra segreti d'ufficio ricorda i processi staliniani degli anni Trenta", insinua che la Procura e in particolare il sottoscritto... si comportino diversamente a seconda di chi siano le persone danneggiate dal reato di rivelazione di segreto d'ufficio». Non ho fatto alcuna affermazione «offensiva» e, tanto meno, ho «insinuato» che certi magistrati si comportino diversamente a seconda dei casi. La mia non era, non è, neppure un'opinione, comunque legittima, in un Paese (ancora) libero, quanto un'opinione opposta. Ho semplicemente parlato di dati di fatto per accertare i quali basta scorrere le cronache giudiziarie degli ultimi anni. Aggiungo che trasformare i fatti in opinioni e in insinuazioni e definirle «offensive» del sistema di potere costituito è tipico dei regimi totalitari. «Piove» diventa «governo ladro» e il meteorologo finisce nei guai...
Vorrei, perciò, rassicurare sia il magistrato - che, nel comprensibile tentativo di difendere se stesso e la propria corporazione si è forse spinto un po' troppo oltre logica e senso comune - sia alcuni miei lettori, che mi accusano di avercela con la magistratura. Ci mancherebbe. Non ce l'ho affatto con la magistratura. Ce l'ho (solo) con la convinzione di certi magistrati (attenzione: certi magistrati, non tutti) che la Verità, quella con la V maiuscola, sia ciò che essi sostengono non solo nelle sentenze, ma nel corso di un qualsiasi discussione, che trasformano volentieri in un processo a chi non è della loro opinione. Non un riflesso condizionato del mestiere che fanno, ma una forma mentale autoritaria. Ce l'ho, dunque, con chi si ritiene il solo e autentico depositario della verità, con la v minuscola, perché è la sua e sulla base della presunzione, corporativa e sbagliata, che vincere un concorso pubblico conferisca una funzione etica di «raddrizzare il legno storto dell'umanità». Voglio persino aggiungere che, a mio avviso, l'enorme discrezionalità - attenzione: discrezionalità, non arbitrarietà - di cui i magistrati godono non è frutto della loro soggettività, ma è la conseguenza oggettiva di una legislazione pletorica, contraddittoria, costellata di eccezioni e di rinvii a norme precedenti, che induce il magistrato, per venirne a capo, a attribuire alle sue inchieste un carattere «casuistico» - l'analisi caso per caso e la diversità di giudizio su casi uguali - secondo la prassi già dei processi condotti dai gesuiti durante l'Inquisizione. Quando la magistratura - un organismo fatto di funzionari dello Stato pagati dall'erario - era uno strumento di prevenzione e repressione del dissenso c'era, paradossalmente, persino una maggiore certezza del diritto perché la sua azione era dettata dall'arbitrio del tiranno che si sapeva sempre dove andava a parare...
Mi rendo anche conto che sostenere i diritti di libertà soggettivi, e persino lo Stato di diritto, in un Paese non ancora culturalmente e politicamente uscito in modo definitivo da un ventennale regime autoritario (caduto 68 anni fa!) e lacerato, ora, dalla contrapposizione fra berlusconiani e antiberlusconiani, che ne è la continuazione sotto altra veste, sia impresa pressoché disperata. Ma, malgrado tutto, non dispero e tengo duro. Si è fatti come si è, diceva Sciascia, e non si cambia alla mia età e con la mia formazione culturale. Si veda, ad esempio, la sentenza della Cassazione che condanna chi dia dell'Italia un giudizio, diciamo così... fognario. D'accordo che l'assimilazione del Paese al contenuto delle fogne è volgarotta e, certamente, non veritiera; ma è pur sempre un'opinione, ancorché sbagliata. Resta, però, il fatto che, forse, neppure durante il Ventennio si era giunti a una tale difesa di legge dell'onore della Nazione. «Sole che sorgi libero e giocondo...tu non vedrai nessuna cosa al mondo maggior di Roma...» a me pareva una grossolana esagerazione allora, figuriamoci adesso.
Nella mia rubrica "Il dubbio" di sabato scorso avevo parlato - citando quanti avevano sostenuto che Silvio Berlusconi meritava, comunque, di essere condannato per il caso Unipol «perché è un mascalzone» - del problematico rapporto degli italiani col Diritto. Avevo scritto che anche il peggiore dei criminali, in uno Stato di diritto, deve essere giudicato, con tutte le garanzie dell'Habeas corpus, per ciò che ha fatto, non per quello che la parte dell'opinione pubblica ad esso politicamente avversa pensa che sia. Mi scrive un lettore: «Cambi registro, ormai sappiamo che Berlusconi è un martire e che i giudici sono i suoi aguzzini. Anche se lo fosse si sa difendere da solo e... non ha bisogno di Ostellino a meno che non faccia parte del coro». E un altro: «Guarda che non frega niente a nessuno dei processi a Berlusconi, a parte te e Ferrara, occupati di cose serie se ti riesce». A me non pareva di aver difeso Berlusconi, ma di essermi occupato di cose serie, scrivendo di Stato di diritto e di diritti del cittadino. Ma tant'è... certi italiani non vogliono neppure sentirne parlare.
Che dire, allora? È ancora lecito pensare - sia chiaro, solo pensare - che un bel numero di italiani sono cittadini non del Paese della (volgare) definizione fognaria, ma di un Paese che, malgrado si dichiari enfaticamente «laico, democratico, antifascista», è rimasto, in gran parte, culturalmente e psicologicamente fascista? Personalmente, lo penso e non mi tiro indietro dallo scriverlo; non con la presunzione di fare proseliti al liberalismo, ma solo con la convinzione sia giusto. Ma mi chiedo anche: perché a chi voglia semplicemente vivere in uno Stato di diritto, e in una democrazia liberale, diciamo pure in un Paese civile, non resta che constatare l'«inutilità» delle proprie parole e vergognarsi di essere italiano?
«Corriere della Sera» del 9 luglio 2013

Wikileaks, chat, intercettazioni: il fascino segreto di svelare l'altro

Il testo che Walter Siti leggerà questa sera per la conclusione della Milanesiana
di Walter Siti
Desiderare di sottrarsi alle regole è tipico di chi si ritrova a rivelare le confidenze altrui. Per il suo funzionamento, il Potere ha bisogno del segreto: certe trattative non si possono fare in pubblico perché non si sarebbe sinceri. Il mito della trasparenza rivela dinamiche psicologiche nascoste nell'io
Quand'ero ragazzo, a Modena, per me il segreto era inestricabilmente congiunto al piacere. Che fosse in una cantina, d'estate, o nel folto delle piante di granturco, o d'inverno nello sgabuzzino caldo dove si teneva il pane a lievitare, compiere su me stesso atti riprovevoli era l'unico modo che conoscevo per nutrire quel dolce tumore che mi isolava dal mondo e che chiamare semplicemente onanismo precoce sarebbe insopportabile riduzione. Durante quegli atti rievocavo mille gesti degli abitanti del borgo, gesti quotidiani che diventavano magici per averli appunto io spiati segretamente. Nell'acme del mio clandestino piacere io li possedevo tutti, quegli uomini e quelle donne, in un'intimità di cui ero custode geloso; come possedevo il fruscìo del vento, l'odore felpato delle mele ammuffite, l'affrettarsi burocratico dei topi e più tardi le peripezie nei libri che leggevo.Ma anche mio padre e mia madre avevano un segreto, e anche quel segreto aveva a che fare col piacere. Di notte, quando loro credevano che dormissi, si abbandonavano ad atti e parole che io, dietro la sottile parete di cannicci che divideva le nostre due stanze, tesaurizzavo con una golosità mai sazia. Parole bisbigliate, smozzicati sospiri e qualche frase intera che ancora oggi mi farebbe vergognare se la pronunciassi. Era il piacere degli adulti, il piacere tra uomo e donna che per oltre quarant'anni sarebbe rimasto per me il più imperscrutabile dei segreti; e anche quando, a cinquant'anni passati, quel segreto mi si sarebbe aperto con un po' di delusione, privandomi di colpo di attraenti mostruosità e fantasticherie infinite, anche allora quelle umili parole in dialetto avrebbero conservato una loro aura di autorità e di prestigio. Erano le parole di chi mi aveva generato: l'anno scorso, mentre sostituivo provvisoriamente la badante al capezzale di mia madre ormai devastata dall'alzheimer, una notte improvvisamente udii provenire dal suo letto parole chiarissime, quelle stesse proibite parole che udivo da ragazzo, fino al compimento di un orgasmo che non ho avuto il coraggio di profanare, incatenato da una venerazione senza nome.
Crescendo ho sempre avvertito fortissimo il fascino del trasgredire, come se soltanto trasgredendo la Legge io potessi obbedire al mio destino. Ho sempre avuto il patetico bisogno di camminare su un discrimine sottile tra legale e illegale, mettendomi a rischio di essere scoperto; una vocetta diabolica mi spingeva (e ahimè talvolta mi spinge) a fare cose che mi squalificherebbero se le raccontassi. Per me evidentemente trasgredire in segreto significa dire al mondo «io non sono come voi, non appartengo alla vostra tribù». Quella che hanno descritto come la mia autofiction è sempre stata un giocare ipocrita con il segreto: svelare scrivendo alcune indegnità reali ma annegandole in mezzo a molte indegnità fittizie. La bellezza, dopotutto, è una dark pool in cui è impossibile distinguere il vero dal falso, il bene dal male; una bolla sgargiante e iridescente che a nessun critico o ammiratore rivela mai del tutto i propri segreti. Chi identifica nevroticamente il segreto con il piacere, nutre sempre oscuramente il desiderio di essere smascherato (anche come creatore di bellezza: un incubo ricorrente negli scrittori è incontrare un sinedrio che giudichi le loro opere come un bluff - «ci sono cascati!», pare abbia gridato alla moglie García Márquez all'annuncio del Nobel). Il piacere non consiste tanto negli atti che si vogliono tenere segreti, quanto nel segreto stesso come forma di separazione: col pericolo sempre latente che il Moloch a cui ci siamo sottratti con l'astuzia ritorni per divorarci.***Il mio infantile e nevrotico bisogno di piacere segreto non era, adesso comincio a capirlo, una voglia di non essere visto e riconosciuto, ma al contrario era una voglia di non vedere e di non riconoscere. Non volevo assumermi la responsabilità del mio desiderio, desideravo più di ogni altra cosa sottrarmi alle regole. Bizzarramente questa struttura psicologica la si ritrova oggi negli svelatori dei segreti altrui.
Mi riferisco all'ossessione iper-rousseauiana della trasparenza: alla violenta pratica dell'outing, al gossip assunto come una delle belle arti, all'illusione etica delirante dello streaming, ai wiki e ai dataleaks, al grido masochista «intercettateci tutti!». Come se l'intera compagine sociale fosse un'adolescente incerta se proteggere i propri segreti o godere quasi eroticamente nel farseli scoprire. D'altronde i social network non sono principalmente un gioco erotico basato sul reciproco svelamento di segreti?Ma quando i miei genitori mantenevano il segreto sui loro rapporti sessuali, non era per godere di più: oltre che per antico pudore, lo facevano per non perdere autorità sui figli. In loro non vigeva nessun piacere specifico della trasgressione, quel che facevano nella camera matrimoniale era autorizzato e benedetto da tutti i codici; per loro il segreto era una necessità, tramandata per tradizione, di preservare un interdetto sociale che assicurava una distinzione tra il loro ruolo di genitori e quello mio e di mia sorella.
Per il suo normale funzionamento adulto, il Potere ha bisogno del segreto: certe trattative non si possono fare in pubblico, proprio perché se si facessero in pubblico nessuno dei contraenti potrebbe permettersi di essere sincero. Contrariamente al segreto estetizzante, il segreto politico collabora con la verità, non con la menzogna. Fin dal seicentesco Il corriero svaligiato di Ferrante Pallavicino, la tendenziosa denuncia dei segreti politici immerge i denuncianti in un'euforica temperie romanzesca, poco incline alla precisione e ai controlli. Si potrebbe forse azzardare che esistono un segreto sano e un segreto malato: il segreto sano è quello che favorisce la profondità delle relazioni, sottraendo quel che si deve sottrarre per l'ottenimento di una reciproca lealtà. Io ti dico tutto, nei limiti di quel che so che sei in grado di comprendere e di sopportare, e mi aspetto che tu faccia lo stesso con me. Il segreto sano sa quando deve fermarsi. Il segreto sano rispetta i ruoli genitoriali, anche nella loro metafora politica del Potere come padre, e rispetta l'altro senza coinvolgerlo in ambigue eccitazioni a sfondo unanimista e masturbatorio. Il segreto nevrotico e malato nasce dalla paura: paura dei cittadini e delle loro libertà nel caso di insabbiamenti pubblici vili e corporativi, e allora la lotta per svelarli diventa sacrosanta. Il segreto pubblico diventa malato quando cessa il rapporto di reciproca fiducia tra il cittadino e lo Stato. Paura di non esistere nel caso di insabbiamenti privati, di doppie vite che arrivano al suicidio o all'omicidio pur di proteggere un'identità segreta totalmente irreale, in una cattiva infinità paranoica; o anche, meno radicalmente, paura nevrotica di non apparire eccezionali.Senza segreti non si può vivere, ma troppo segreto soffoca e intossica; anche con la scrittura, invecchiando, provo a guardare quel che mi spaventa, e che riconosco superiore, dritto negli occhi.
«Corriere della Sera» del 9 luglio 2013

Alla ricerca del significato

di Guido Vetere
Tra informatica e linguaggio c'è un rapporto molto intimo. Ma non è un rapporto facile, anzi per certi versi è conflittuale come quei legami di amore-odio che uniscono talvolta genitori e figli. L'informatica nasce dal linguaggio, o meglio da quella sua idealizzazione che è la logica. C'è infatti un filo che lega l'idea aristotelica della coincidenza di realtà, pensiero e linguaggio allo sviluppo della moderna tecnologia dell'informazione. In questo filo si intrecciano idee come l'alchimia di Raimondo Lullo che nel Trecento voleva convertire musulmani ed ebrei combinando certi simboli, il calculus ratiocinator di Gottfried Leibnitz che nel Seicento cercava le regole per dire tutte le verità, assieme a progetti più realistici come l'Analytical Engine di Charles Babbage che, sebbene rimasto sulla carta, consentì ad Ada Lovelace, nell'Ottocento, di concepire i primi programmi per computer, fino alla “Macchina di Turing”, dove, nel Novecento, prese corpo la logica del moderno calcolatore. L'informatica si può vedere come il frutto dello sforzo millenario per riportare la complessità del reale nel dominio di un linguaggio formale e computabile, al seguito di un'idea razionalista che, per quanto non abbia mai tenuto tutto il campo della filosofia, ha tuttavia prodotto i risultati tangibili che abbiamo oggi sotto gli occhi. Nel corso di questa lunghissima vicenda filosofica e scientifica, il linguaggio algebrico della logica e quello capriccioso e vago che parliamo tutti i giorni sono stati talvolta assimilati, talvolta contrapposti, ma sono rimasti uniti nella stessa ricerca.
Se è vero che i padri della moderna logica matematica non incoraggiarono l'applicazione delle loro algebre al linguaggio naturale, è però un fatto che molta linguistica novecentesca si sia sviluppata all'insegna dei formalismi logici, gli stessi che fanno oggi funzionare le macchine di calcolo. Questa consanguineità si vede bene nelle prime ricerche di Intelligenza Artificiale, nelle parole di quella psicanalista di nome Eliza programmata da Joseph Weizenbaum negli anni Sessanta, progenitrice delle chatterbot che oggi ci accolgono, gentilissime ma un po' svampite, in certi portali. L'intelligenza dei primi calcolatori si misurava con il linguaggio naturale, secondo il noto principio di Turing secondo cui una macchina intelligente non si sarebbe dovuta distinguere, nei comportamenti, dagli esseri umani. D'altra parte, per la linguistica dominante a quei tempi (leggete Noam Chomsky) il linguaggio era generato da regole scritte fin dalla nascita in quel calcolatore biologico che è il cervello, e se da una parte la sintassi chomskiana si è rivelata poco utile ai linguisti, dall'altra essa è alla base della moderna programmazione dei computer.
Nonostante questa stretta parentela, per l'informatica di oggi il linguaggio naturale è ancora un personaggio sfuggente e pieno di misteri. La competizione sui motori di ricerca, che è uno dei temi più caldi dell'Information Technology, riguarda essenzialmente il tentativo di colmare la distanza tra le parole viste dal computer come semplici sequenze di caratteri alfabetici e le stesse viste dall'uomo come portatrici di significato. Sulla soglia del significato, però, la logica vacilla, il calcolo si inceppa, la macchina cigola e si arresta. La logica è di per sé ignara di cosa concretamente le sue formule significhino, può solo dire, a certe condizioni, se esse siano vere o no. Non esiste un algoritmo per determinare che “la stella del mattino” è uguale alla “stella della sera” ed altro non è che il pianeta Venere: lasciato a sé stesso, l'automa non vede alcuna identità. Nelle macchine ci vuole conoscenza estesa, ci vogliono esperienze umane, sempre da espandere e rinnovare.
Colmare la distanza tra le parole intese dai computer e le cose, i fatti e le idee di tutti i giorni fa oggi parte del lavoro degli analisti di dati e dei disegnatori di sistemi, dei creatori, ricercatori, aggregatori e trasformatori di contenuti, di tutti coloro insomma che vivono di informazione e muovono l'economia post-industriale. Qualsiasi tecnologia, infrastruttura, protocollo o convenzione capace di aiutare concretamente persone, organizzazioni, governi, aziende, nel duro lavoro quotidiano di dar senso a quello che c'è nella rete delle macchine ha dunque un inestimabile valore.
Questo spiega il richiamo del semantic web che, ormai più di dieci anni fa, Tim Berners-Lee ha profetizzato, sul quale ancora febbrilmente si ricerca. Non si tratta però di una ricerca interamente fondabile nella scienza e ben trasferibile nella tecnologia. Come sia fatto il ponte tra simboli ed esperienze nessuno l'ha mai detto di preciso, ed anzi per qualcuno, come il linguista Leonard Bloomfield, la teoria di questa struttura non si può neppure concepire. Così, il semantic web potrebbe alla fine assomigliare ad un ponte tibetano fatto di tante assi e corde, ognuna portata da qualche umile sherpa, teso per un chiaro scopo ma privo di un chiaro progetto, e da attraversare sempre col fiato sospeso. In questo caso, l'attenzione andrebbe posta sulla qualità dei materiali, su come far stare insieme pezzi di diverse provenienze, rinunciando a qualsiasi velleità di “calcolo strutturale”. Ed è questa, sembrerebbe, la strada intrapresa già da tempo con le folksonomies, semplici sistemi di etichettatura, con i microformats, piccoli record senza pretese da codificare nelle pagine html, o dei linked data, poco più che una buona pratica per esporre strutture di dati nel web. Ciò che accomuna questi approcci è il fatto che, se portano qualche beneficio semantico, questo si deve esclusivamente all'uso concreto che ne viene fatto.
In questa “debolezza”, l'informatica di oggi somiglia in effetti a suo padre, il linguaggio naturale, dove, diceva Ferdinand de Saussure, quando vige una regola, questo fatto si deve solo al consenso sociale. Ma la computazione sta diventando così essenziale e pervasiva che potrebbe in futuro richiedere al senso la forza che il linguaggio non gli dà. La figlia informatica potrebbe rubare al padre linguaggio le chiavi della macchina semantica. L'innocuo formato di codifica che oggi usiamo per comodità può domani diventare l'unico modo per cogliere l'essenza di un fatto o di una relazione, a beneficio del ragionamento automatico e ubiquo delle macchine, ma a scapito della finezza e della creatività linguistica. Prendiamo ad esempio le reti sociali: per darci il loro servizio, esse ci chiedono in cambio di accettare certi stereotipi, cosa che siamo quasi sempre disposti a fare. E d'altra parte, come potrebbero le macchine inseguire all'infinito il linguaggio sul terreno della libertà? Che altro potrebbero fare se non chiederci di fare un passo verso la loro logica?
Se nelle nostre relazioni con gli automi e attraverso gli automi si dovrà sviluppare con un linguaggio di “sensi standard”, allora vale la pena impegnarsi perché il processo di standardizzazione semantica sia trasparente e aperto, e garantisca risultati buona qualità. In questa prospettiva si deve vedere l'interesse dell'informatica per l'ontologia, cioè per la teoria di quello che c'è nel mondo, e l'interesse per capire se nel mondo si possano intravedere contorni che abbiano col linguaggio un rapporto definito e stabile, sia pure nella dimensione della socialità. Questa ricerca non è né facile né nuova, ma è oggi necessaria per aiutare le macchine a servirci meglio.
«Il Sole 24 Ore - Suppl. Nova» del 1 ottobre 2009