04 gennaio 2018

Dante, vite che non sono la sua

Un volume raccoglie le prime biografie (più o meno accurate) e l’iconografia del poeta, con il primo ritratto tracciato da Boccaccio. Appuntamenti a Parigi e Milano
di Paolo Di Stefano
Al di là delle rispettive opere poetiche, una delle differenze sostanziali tra Dante e Petrarca è che del secondo sappiamo moltissimo, mentre disponiamo di pochi dati certi sul primo. Dell’autore del Canzoniere abbiamo le carte autografe e conosciamo perfettamente la sua biblioteca, mentre dell’Alighieri non ci è giunta neppure una riga scritta di suo pugno e la biblioteca ci è pressoché sconosciuta. Infine, mentre le tappe biografiche di Petrarca sono chiare, la vita di Dante è un campo sempre aperto di lavori in corso. Basti ricordare che negli ultimi dieci anni sono uscite, dell’Alighieri, numerose e importanti biografie, a cominciare da quelle di Emilio Pasquini (2007) e di Guglielmo Gorni (2008) per arrivare alle due più recenti: quella narrativa di Marco Santagata (2012) e quella essenziale di Giorgio Inglese (2015).
Le notizie a proposito di Dante si fondano sui documenti d’archivio e sui riferimenti autobiografici disseminati nelle sue opere, e non da ultimo anche sulle «vite» antiche che ne tramandano testimonianze più o meno dirette. Su questo versante, non possiamo che salutare con gratitudine l’ultimo tassello della Necod (pubblicata dal Centro Pio Rajna), e cioè il tomo IV del settimo volume, che si concentra, a cura di Monica Berté e Maurizio Fiorilla, sulle Vite di Dante dal XIV al XVI secolo, con una seconda parte dedicata all’iconografia dantesca curata da Sonia Chiodo e Isabella Valente.
Dante muore a Ravenna, in esilio, nel settembre 1321 lasciando nei contemporanei un enorme interesse sul suo poema e una discreta indifferenza rispetto alla sua vita. Pochi cenni biografici compaiono qua e là nei commenti e nelle esegesi della Commedia. Per esempio al notaio fiorentino Andrea Lancia, chiosatore del poema tra il 1341 e il ’43, si deve la prima identificazione anagrafica di Beatrice come Bice Portinari.
Il primissimo breve ritratto dell’Alighieri risale a Giovanni Villani, che nella Cronica, scritta a ridosso della morte, non risparmia qualche asprezza sul «sommo poeta e filosafo» che oltre a «garrire e sclamare (...) più che si convenia», si mostrò sempre «alquanto presuntuoso e schifo e isdegnoso», sprezzante e incapace di parlare con i «laici», cioè gli incolti. Risentimento verso il transfuga che aveva usato parole violente contro la sua città? In parte.
Un trentennio dopo, tra gli anni 50 e 60, a Giovanni Boccaccio, con il Trattatello in laude di Dante e la successiva revisione in forma ridotta, si deve il primo profilo biografico ragionato e documentato. Diversamente da Villani, l’autore del Decameron non ha conosciuto il Poeta ma si è impegnato a raccogliere informazioni sul suo conto presso molte persone «degne di fede», amici, discepoli e parenti che lo avevano frequentato, compresa una cugina di Beatrice, Lippa de’ Mardoli. Diversamente da Villani, Boccaccio, che fu anche suo trascrittore ed editore, è un fan incondizionato di Dante al punto da metterne in positivo anche i macroscopici (arcinoti) difetti caratteriali come la superbia, la ritrosia ombrosa, l’animosità che a volte lo spinge fino alla rabbia «insana»: specie se toccato nel vivo da questioni politiche, in particolare dopo la cacciata da Firenze e la conseguente maturazione di un odio senza limiti contro i guelfi. Fatto sta che i successivi tentativi biografici verranno influenzati dal Boccaccio, grazie alla enorme diffusione che il Trattatello ebbe in ambedue le redazioni (la lunga e la breve): da lì derivano numerose vite dantesche variamente accurate e attendibili, per lo più inserite in rassegne di uomini illustri. Ecco dunque quelle di Filippo Villani, nipote del vecchio cronista, del grammatico Domenico di Bandino, dell’umanista Leonardo Bruni, del coltissimo mercante e banchiere Giannozzo Manetti, del notaio friulano Marcantonio Nicoletti già sul declinare del Cinquecento. Sono questi sette i testi scelti dai curatori tra i numerosi possibili profili biografici danteschi che si succedono lungo i due secoli e mezzo presi in considerazione.
Colpisce comunque che pur essendo, le antiche vite dell’Alighieri, preziose nel restituirci informazioni ravvicinate sul poeta e sulla ricezione delle sue opere, esse siano anche portatrici di notevoli lacune ed errori destinati a resistere nel tempo. Si pensi per esempio alla sequenza delle opere: Giovanni Villani considera che il Convivio e il De vulgari eloquentia siano opere rimaste incompiute a causa della morte prematura del loro autore, e lo stesso Boccaccio colloca i due trattati nella vecchiaia, mentre oggi sappiamo che ambedue precedono la composizione della Commedia. Senza dire delle numerose leggende che riguardano la genesi del poema: Boccaccio ne attribuisce l’ispirazione (i primi sette canti) all’attività di governo nella repubblica, ben prima dell’esilio (i canti sarebbe stati poi rinvenuti e fatti reperire all’autore rifugiato in Lunigiana). Altre informazioni non si possono né smentire né confermare, come il viaggio a Parigi narrato da Boccaccio: «E già vicino alla sua vecchiezza n’andò a Parigi, dove, con tanta gloria di sé, disputando, più volte mostrò l’altezza del suo ingegno».
Le questioni più aneddotiche sono gustose. Per esempio, al discredito di Boccaccio per la moglie Gemma Donati (mai citata per nome, essendo ritenuta, in quanto donna, «contraria» agli studi del marito) si oppone Bruni, che nel difendere «la gentil donna della nobile famiglia de’ Donati» accusa il Certaldese di avere indugiato troppo sulle pene d’amore di Dante a discapito di argomenti più seri. Ma senza Boccaccio non avremmo il più pregnante ritratto fisico di Dante: media statura, portamento «curvetto», andatura grave, volto lungo, naso aquilino, occhi e mascelle grandi, labbro inferiore sporgente. Secondo il Trattatello, le donne veronesi, vedendo camminare Dante per la città con i suoi capelli neri e crespi come la barba e con il suo incarnato scuro, non dubitavano sulla discesa del Poeta dagli inferi. Probabilmente mediata dalla testimonianza di Andrea Poggi, nipote dell’Alighieri, la fisionomia dantesca così come fu restituita dal Boccaccio avrebbe avuto notevole fortuna sia sul piano letterario sia sul piano iconografico.
A proposito dell’iconografia, basti uno spunto. Sulla figura che compare nel famoso affresco giottesco situato nella cappella del Palazzo del Podestà a Firenze, realizzato nel 1337, scialbato nel ’500 e infine riscoperto e rivalutato nel 1840, si sofferma in particolare lo studio di Sonia Chiodo. Che parla di «un capolavoro di diplomazia»: era quello, infatti, il luogo in cui venivano accolti i colpevoli prima di incamminarsi verso il patibolo e il Poeta, condannato a morte dalla sua città nel 1302, era stato un peccatore che aveva espiato e che adesso finalmente poteva contare nella riabilitazione. Per questo, collocato tra gli eletti, tiene tra le mani lo stesso ramoscello di pomi, simbolo biblico, che si ritrova nella Commedia a rappresentare l’approdo finale del viaggio intrapreso nell’Inferno sotto la guida di Virgilio.


Appuntamenti. La monografia tradotta in francese e la conferenza

Si svolgerà giovedì 16 novembre alla Maison de la Recherche de la Sorbonne a Parigi (rue des Irlandais 4) una «giornata dantesca». L’incontro è stato ideato in occasione dell’uscita, presso Belles Lettres, della traduzione francese della monografia di Enrico Malato sull’Alighieri pubblicata in Italia da Salerno editrice. La giornata è organizzata dalla Société Dantesque de France e dal centro di ricerca sulla letteratura italiana del Medioevo (Cer-Lim). Malato terrà una conferenza dal titolo «Attualità d’un Dante europeo».
La presentazione dell’ultimo volume della «Nuova edizione commentata delle opere di Dante» (Necod) sulle vite di Dante e l’iconografia dantesca, edita dal Centro Pio Rajna, si terrà giovedì 23 novembre alla Biblioteca Ambrosiana di Milano (ore 17.30, Sala XXIII). Interverranno, oltre ai curatori, Marco Petoletti e Angelo Stella introdotti da Armando Torno.
«Corriere della sera» del 12 novembre 2017

Ma la battaglia sul genere delle parole ha davvero senso?

In Francia, ancor più che in Italia, si è scatenato un feroce dibattito sul sessismo della lingua. Ma prima di pareggiare l’idioma 
si dovrebbero uniformare i salari
di Raffaele Simone
Qualche giorno fa Donald Trump, mettendosi a sua insaputa sulle orme di personaggi come Mussolini e Hitler, ha disposto che negli atti del Cdc (Center for Disease Control), massima autorità sanitaria del paese, non compaiano più alcune parole (feto, transgender, diversità, scientificamente fondato). Donald pensa, candidamente, di liberarsi così delle parole e insieme dei problemi a cui alludono. Ma può davvero la politica influire sulla lingua? Forse no, ma ci prova, a giudicare non solo dalle uscite di Donald, ma anche dal putiferio che s’è scatenato in Francia per le rivendicazioni di gruppi e comitati vari contro gli stereotipi sessisti nella lingua (inclusa quella scritta).
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Si rivendicano due obiettivi: creare una versione femminile di nomi di funzione, di mestieri e di titoli attualmente solo al maschile (le président, le pompier); modificare l’ortografia in modo che un insieme di maschi e di femmine non sia più designato dal maschile onnicomprensivo (per esempio, les étudiants “gli studenti [e le studentesse]”) ma da una combinazione adatta a coprire sia gli uni che le altre. Per il primo punto, si propongono (e da qualche tempo si usano) forme come professeure (con e finale femminile) e écrivaine (idem) invece dei tradizionali (in verità grevi e ridicoli) femme professeur e femme écrivain. Ma spuntano anche préfète (“prefetta”), auteure (“autrice”, al posto del maschile generico auteur), ambassadrice (in luogo del maschile ambassadeur) e così via.
Fin qui le rivendicazioni somigliano molto a quelle avanzate sin dall’inizio del suo mandato dalla presidente (o presidenta) della Camera italiana, che ne ha fatto una delle sue bandiere. In Francia però vanno oltre e con ben maggiore caparbietà. Per ottenere che uomini e donne abbiano la stessa visibilità anche nella lingua scritta, s’è messo insieme un sistema ortografico (la “scrittura inclusiva”) che, dopo aver circolato informalmente nei social forum, è arrivato fino ai documenti ufficiali.
Al posto del maschile generico les étudiants (“gli studenti [e le studentesse]”) si ha allora les étudiant·e·s (con punti mediani di separazione), dove la e indica il femminile e la s finale il plurale. Alla stessa maniera, invece di électeurs (“elettori”) si ha électeur·rice·s; invece di citoyens “cittadini”, citoyen·ne·s, con la stessa logica. Una sequenza elementare come “A tutti i miei amici e amiche musicisti e musiciste” darebbe in scrittura inclusiva À tout·e·s mes ami·e·s musicien·ne·s. Questo metodo, già abbastanza acrobatico, con alcune parole dà luogo a soluzioni cervellotiche: da agriculteur (“agricoltore”) si dovrebbe trarre agriculteur·rice·s (“agricoltori uomini e donne”), dove il secondo segmento indica la donna e la s finale, al solito, il plurale.
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La seconda rivendicazione, meno contundente, vorrebbe che al posto di homme e femme (“uomo” e “donna”), sentite come discriminanti, si usassero parole dal significato più ampio: quindi, non droits de l’homme (“diritti dell’uomo [e della donna]”) ma droits humains (“diritti umani”, anche se in humain c’è sempre acquattato il maschio) o droits de la personne.
Potrebbe sembrare una disputa sul sesso degli angeli, invece si tratta di un dibattito accanito che ha investito in pieno la cultura e la politica francesi e si è esteso fino al Canada francofono. Si è costruito perfino un pedigree del cahier de doléances: ne sono stati trovati preannunci nella Dichiarazione dei diritti della donna della rivoluzionaria Olympe de Gauge (1791). Diversi editori hanno portato al macero i loro libri di testo per rifarli in base ai nuovi principi.
Il governo, investito della questione, ha però risposto picche. Jean-Michel Blanquer, il vivace ministro dell’educazione, se l’è cavata astutamente. Ha fatto notare in parlamento che il simbolo della Francia è una donna, la Marianne, e che le uniche autorità in fatto di lingua sono l’uso e… l’Académie Française.
Il primo ministro Edouard Philippe, più esplicito, ha decretato giorni fa che la scrittura inclusiva sia bandita dai documenti ufficiali. Per tutta risposta, le associazioni di insegnanti proclamano che a scuola useranno le nuove regole. Chiamata in causa, l’Académie Francese, su impulso della sua segretaria perpetua (che per sé vuole l’epiteto al maschile) Hélène Carrère d’Encausse, è contraria alla novità, salvo qualche componente, e avverte che la scrittura inclusiva potrà essere “un pericolo mortale” per la lingua. C’è chi nota che anche i transgender potrebbero pretendere la loro parte in grammatica. L’ex presidente Giscard d’Estaing suggerisce di portare la questione dinanzi al parlamento. Da linguista consumato, Alain Rey, decano dei lessicografi francesi, ha ricordato che “le lingue sono ovviamente machiste” e “totalmente arbitrarie nell’attribuire i generi”: la giraffa può esser maschio e la poltrona è femminile pur non corrispondendo a un genere naturale. Rey preconizza anche che la scrittura inclusiva, impronunciabile e difficile per i bambini che imparano a scrivere e leggere, avrà breve vita.
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Tutto questo battibeccare dà una fortissima impressione di déjà-vu. Nel remoto 1993 Alma Sabatini scrisse, per la Presidenza del Consiglio dei Ministri e con una premessa di Tina Anselmi, una memoria intitolata Il sessismo nella lingua italiana, dove si additavano più o meno le stesse distorsioni che ora si denunciano in Francia. Si dibatté, si litigò, si propose, ma la lingua ritornò silenziosamente com’era. Salvo sindaca, deputata e ministra, poco rimane di quelle proposte così animosamente elaborate. Qualcuno suggerì che la discriminazione forse non era nelle parole, ma nella costruzione del discorso: perché di una ministra si può dire che è “carina e ben fatta” e di un ministro no?
Il dibattito trascurava però, allora come ora, alcuni cruciali dettagli tecnici. Anzitutto, che tutte le lingue dotate di generi distinti usano il maschile come termine onnicomprensivo: certo, è una traccia di primitive concezioni machiste, ma di simili concezioni le lingue sono gremite e, a voler fare pulizia, bisognerebbe smontarle da cima a fondo. Poi, che per una quantità di referenti l’attribuzione di genere è arbitraria: la tigre, il soprano, la guardia e tante altre parole dello stesso genere non contengono alcuna insinuazione discriminatoria.
Ancora: la possibilità di modificare le lingue per decreto trova una barriera insuperabile nella tipologia delle lingue stesse. Lo spagnolo ha da un pezzo presidenta, profesora, doctora, directora, autora, escritora, abogada e tante forme femminili il cui ingresso in italiano o in francese sarebbe considerato una conquista. Il sistema linguistico lo permette e lo ammette. Ma difficilmente le lingue romanze potrebbero accettare membra come femminile di membro, di una commissione o simili. (Anche se - a quel che mi racconta una mia collega - nel verbale di un recente concorso la presidenta ha scritto proprio così.) L’accademica di Francia Florence Délay forse dice il giusto quando osserva che «prima che pareggiare la lingua, sarebbe bene uniformare i salari».
«L'Espresso» del 4 gennaio 2018

10 dicembre 2017

"Le magnifiche 100", ovvero le parole "immateriali" che danno senso alla vita

Il libro di Massimo Arcangeli e Edoardo Boncinelli è una galleria di vocaboli, quelli necessari come l'aria. E che dovremmo riportare alla loro condizione di un tempo, quella di rappresentare la realtà
di Silvana Mazzocchi

Duttili, magiche o concrete, crudeli o salvifiche, dolci o amare, imbonitrici o sferzanti. Sono le parole "indispensabili", quelle che tutto possono. Quelle che hanno infinite personalità, capaci di mischiare i sensi di ogni narrazione, individuale o mediatica.
Sono molte le parole che popolano la nostra vita quotidiana, e tante sono così importanti da essere fondamentali. Eccone alcune: bene e male, amore e odio, religione e destino, caso e caos, tempo e spazio, queste e molte altre evocano temi universali. E aiutano ciascuno di noi a vivere e a comunicare con gli altri. Sono tutte descritte, sezionate e celebrate in Le magnifiche 100 (Bollati Boringhieri), un'originale galleria di parole "immateriali" che Massimo Arcangeli e Edoardo Boncinelli, docente di linguistica ed esperto di scienza il primo e biologo e divulgatore il secondo, hanno scelto per raccontare tra letteratura e scienza, cultura popolare e arte, le cento parole, universali e pervasive, che sono necessarie come l'aria ad ogni essere umano. Perché noi non le tocchiamo, ma l'essere immateriali non impedisce loro di "fabbricare il mondo". Sono antiche e insieme moderne perché si rinnovano e si mischiano continuamente, quelle antiche e quelle rese ibride dalla continua evoluzione del linguaggio. Parole solo apparentemente immobili nel loro significato e invece dotate di mille sfumature e significati che spariscono nell'uso quotidiano. Parole irrinunciabili quelle della "galleria", parole che, se sparissero, renderebbero il mondo un luogo opaco e senza luce. Futuro, libertà, dolore, ignoranza, progresso, giovinezza, come potremmo vivere senza? Una dopo l'altra, per cento volte, gli autori scavano in ogni parola e, creando un ponte tra cultura umanistica e scientifica, ci regalano un catalogo colto e sapiente sui temi universali dell'umanità. Lettura corroborante e preziosa, proprio come Le magnifiche 100.

L'importanza delle parole ...
"Le parole posseggono una straordinaria capacità evocativa sul piano personale e capace di schiudere orizzonti sul piano collettivo. Con il loro valore magico, le loro infinite personalità, il loro ruolo salvifico aprono strade, segnano destini, disegnano confini. Oggi però, soprattutto, li abbattono. Basterebbe pensare alle tantissime "parole macedonia" coniate in tempi recenti o recentissimi, testimoni di un mondo che da una parte continua a erigere muri, dall'altra contribuisce a farne crollare uno dietro l'altro. La mescolanza, l'ibridazione, la negoziazione toccano ormai un po' tutto, dai generi televisivi e letterari alle scuole di pensiero, dai movimenti religiosi agli schieramenti politici, dai costumi sessuali alla pratiche alimentari: chi manifesta una mascolinità contaminata da tratti tipicamente femminili, truccandosi e smaltandosi le unghie come David Beckham, è un metrosessuale (dall'ingl. metrosexual, incrocio di metropolitan ed heterosexual); un flexitariano (dall'ingl. flexitarian), che non è né vegetariano né vegano, mangia carne o pesce al massimo due, tre volte alla settimana. A favorire tutto questo è stato anche Internet: navigando in rete proviamo la netta sensazione di poter attingere alle varie forme di conoscenza senza che si frappongano barriere fra un settore e l'altro, fra un campo esperienziale e l'altro. A proposito, quanti sanno veramente che cosa vuol dire algoritmo, biodiversità o intelligenza artificiale?".

Avete scritto delle "magnifiche 100", quelle che "aiutano a vivere", proviamo a elencare le 10 più importanti.
"Quelle che tentano di dare una risposta ai temi di sempre. Innanzitutto vita e morte, e religione e destino. Quindi caos e caso, che sembrerebbero riferirsi a concetti incompatibili con la scienza, quando è proprio in ambito scientifico, teorico o applicato, che trovano invece usi e riscontri di primaria importanza; bene e male, che riesce sempre più difficile mettere a fuoco per ricavare almeno un'idea dei loro contenuti semantici (soprattutto nel difficile momento che stiamo vivendo, in cui il linguaggio sembra essersi in gran parte svuotato di significato); tempo e spazio, affascinanti per la loro polisemia e indissolubilmente legati l'uno all'altro a partire dalla rivoluzione prodotta dalla teoria della relatività di Einstein; infine amore e odio, la cui sostanza sentimentale, secondo alcuni scienziati di un centro di ricerca londinese, il Wellcome Laboratory of Neurobiology, stazionerebbe nella stessa area della corteccia frontale (e viene allora in mente il catulliano "odi et amo", 'odio e amo'). Secondo alcuni maligni, fra cui Boncinelli, esiste ovunque l'odio, ma non necessariamente l'amore: "L'uomo cresce a pane e odio"".

Cultura umanistica e scienza, le parole le fanno incontrare?
"Richard Dawkins, nel rimproverare alla letteratura la sua incapacità di riconoscere i debiti accumulati nei confronti della scienza, ha scritto: "Se Keats e Newton si incontrassero, sentirebbero le galassie cantare". A scanso di equivoci, occorre ricordare che gli scienziati hanno fatto cantare le galassie e pure il vuoto cosmico anche senza ricorrere a poeti, che abbelliscono la torta, ma non la costituiscono. Le parole avrebbero la stessa funzione unificante, potrebbero riprendersi il potere aggregante di un tempo, se non versassero in una condizione di sostanziale abbandono: se non avessero in parte abdicato al loro ruolo di rappresentazione del reale, se non avessero per certi versi rinunciato a un'ipotesi di costruzione del futuro in grado di farsi interprete di sguardi indagatori o visionari, se non si fossero lasciate intimorire dalle minacce dell'omologazione e dalle pretese di chi vorrebbe rendere incolore il mondo, metterebbero senz'altro d'accordo umanisti e scienziati. Per svolgere al meglio il loro compito, per dimostrarsi realmente al servizio degli uni e degli altri, dovrebbero però ergersi a tutela, più che delle semplici differenze, delle caleidoscopiche sfumature del dubbio e dell'incertezza. La colpa in ogni caso non è delle parole ma degli utenti, cioè noi. Cerchiamo tutti di essere più seri!".

Massimo Arcangeli, Edoardo Boncinelli, Le magnifiche 100, Bollati Boringhieri, pagg 356, euro 20
«la Repubblica» dell'8 dicembre 2017

02 novembre 2017

Dalla culla alle elementari, la vita interrotta delle favole: «Continuate a leggerle ai bimbi»

di Enrica Roddolo
Ammetto di essere (un po’) di parte avendo scritto alcuni libri: amo scrivere, amo la lettura e non mi sorprende che il mio piccolo adori ascoltare storie e fiabe, specie alla sera prima di addormentarsi. Adesso stiamo leggendo Viola Giramondo (Piemme, Il Battello a Vapore). Però confesso che quando, tempo fa, mi ritrovai fra le mani una ricerca che costruiva l’identikit del «lettore più vorace», e gli assegnava età anagrafica tra i 2 e 3 anni, la prima reazione fu di sorpresa. Ovviamente si tratta di libri letti ai piccoli dai genitori. Adesso Oxford University Press ha messo sotto la lente un campione di mille genitori con figli tra i 5 e gli 11 anni e ha scoperto che il 44% smette di leggere libri ai bambini al settimo anno di età. La ricerca del Book Trust britannico per il varo nel 2016 della Time to Read campaign aveva già fotografato i piccoli «lettori»: l’86% dei genitori legge ai propri figli di 5 anni ogni notte un libro, mentre a 11 anni la percentuale scende al 38%. Giungendo a una conclusione: i bimbi non sono mai troppo grandi per leggere loro le pagine di un libro. La lettura ha un riscontro positivo sul rendimento scolastico. E aiuta l’autostima come spiega France Frascarolo-Moutinot ne L’autostima nei bambini (Vallardi).
«Perché le fiabe parlano più al cuore che alla ragione e il loro impatto sul bambino è reale: attraverso la fiaba si possono far passare messaggi molto positivi, evitando di avventurarsi in lunghe spiegazioni». Quali fiabe per l’autostima nei piccoli? «Le Mille e una notte e Il brutto anatroccolo, per esempio». Ma il piacere della lettura va di pari passo con la facoltà di autodeterminazione, o meglio la possibilità di scegliere da sé il libro. «Sono rimasto colpito, leggendo una ricerca del grande editore americano di libri per la scuola, Scholastic, che il 90% dei bimbi intervistati avesse risposto che le letture preferite erano quelle scelte senza la mediazione di genitori o insegnanti», dice al Corriere Luigi Spagnol, l’editore italiano, con Salani, dell’ultimo grande bestseller internazionale della letteratura per ragazzi, Harry Potter. Dunque, giusto leggere ai bambini dei libri, ma anche lasciarli liberi di scegliere. «Le interferenze dei genitori sono motivate dalla sensazione che un libro sia più educativo dell’altro. Ma attenzione, così si compromette la passione per il libro dei piccoli lettori», nota Spagnol. E aggiunge: «Ero a Londra per il lancio del nuovo romanzo di Philip Pullman (Il libro della Polvere. La Belle Sauvage ultima fatica dell’autore con un passato da maestro, ndr.), e sono stato colpito dal suo j’accuse alla scuola che carica troppo di compiti, che affida libri da leggere e puoi vuole commenti, spiegazioni. I bambini hanno bisogno di sole 3 cose: storie, tempo e silenzio per gustare la lettura». Ma nel 2017 sono tempestati anche dallo schermo di iPad e smartphone.
«E gli schermi producono dipendenza — scrive il pedagogista Daniele Novara in Non è colpa dei bambini (Bur Rizzoli Parenting) —. Nella fase evolutiva lo sviluppo motorio è intrecciato a quello cognitivo». A quale età iniziare a leggere ai piccoli? «Persino i neonati ne beneficiano», scrive il New York Times. «E potete leggere di tutto, dai libri di cucina ai manuali, perché non è il contenuto che conta ma la voce, la cadenza del testo». Le ricerche dimostrano che più è alto il numero di parole, vocaboli, ai quali un bebè è esposto, più alto sarà l’impatto sullo sviluppo del linguaggio. Con una precisazione: devono essere veicolate dalla voce umana, non da tv o audiolibri. E quando crescono invogliateli a girare le pagine, tenere il segno della lettura: aiuterete le capacità motorie.
«Corriere della sera - suppl. La lettura» del 28 ottobre 2017

14 settembre 2017

Il prof ai ragazzi: «Cercate la vita: Nel latino ce n'è più che sul web»

Ivano Dionigi, già Magnifico rettore e direttore del Centro studi «La permanenza del Classico» dell’Alma Mater Studiorum-Università di Bologna, scrive ai liceali sull’attualità di studiare i classici
di Ivano Dionigi
Cosa dire a te che oggi, tra molte speranze e qualche timore, inizi l’avventura della Scuola superiore? Una gran bella età la tua, che ti spalanca le porte del mondo e del futuro; una gran bella opportunità il Liceo, che ti fa conoscere nuovi professori, nuove amicizie, nuove materie: una in particolare, il latino. Vorrei farti capire i vantaggi che questa lingua ti offre, la dote che ti porta, l’eredità che ti lascia. Il latino ti insegna l’importanza della parola. Noi oggi parliamo male e abbiamo bisogno di ecologia linguistica. Simili agli abitanti di Babele, rischiamo di non capirci più; vittime di una comunicazione frettolosa, malata e talvolta anche violenta, smarriamo il vero significato delle parole. Il latino, lingua madre del nostro italiano, ci consente di risalire al significato originario delle parole, di riconoscere il loro volto, di ripercorrere la loro storia: perché le parole, come le persone, hanno un’origine, un volto, una storia. A cominciare dalla parola «comunicare» che — derivata dal latino communicare (cum, «insieme», e munus, «dono», «missione») — significa condividere con gli altri un regalo, un privilegio, una funzione. E alla comunicazione, «arte del parlare» (ars dicendi), i Romani affidavano il triplice compito di «affascinare» (delectare), «insegnare» (docere), «mobilitare le coscienze» (movere). Quello che dovrebbe fare la nostra scuola.
Il latino ti insegna il valore della comunità. In un momento in cui sempre più marcata si fa l’attenzione sull’io a scapito del noi, gioverà la lezione di una lingua e cultura che metteva al centro l’uomo come cittadino (civis), che sapeva distinguere e coniugare la città architettonica dei muri e delle mura (urbs) con la città della convivenza civile e politica (civitas), che ha elaborato e trasmesso i codici sociali ed etici del bene pubblico (res publica). Pensiamo anche a parole-chiave quali humanitas, pietas, religio, significati e valori che vanno al di là dei nostri «umanità», «pietà», «religione». Il latino ti insegna la dimensione del tempo. Lingua madre delle lingue neolatine dal Mar Nero all’Atlantico e per oltre venti secoli lingua europea della politica e dell’Impero (Imperium), della religione e della Chiesa (Ecclesia), della cultura e della scienza (Studium), il latino ci mette in relazione con la storia; e ci dice che la cultura, come la vita, è un patrimonio comune e perenne che varca l’oggi e appartiene non solo a noi ma anche ai trapassati e ai nascituri.
Forse questa è l’eredità più preziosa, perché oggi tu — connesso con l’immensa rete del mondo (www) — rischi di sperimentare solo la dimensione spaziale e di rimanere schiacciato dall’eterno presente: senza cognizione del tempo, l’unica dimensione che ci consente di conoscerci e di progettare. La lingua e cultura latina ci apre il tempio del tempo e ci fa entrare in quello che Sant’Agostino chiamava il palazzo della memoria. Là, in compagnia di Lucrezio, potrai confrontarti con l’uomo cosmico; in compagnia di Cicerone, con l’uomo politico; in compagnia di Seneca, con l’uomo interiore. Soprattutto — e sarà la sorpresa più bella — incontrerai scrittori che parleranno a te e di te, perché interpretano le contraddittorie ragioni del cuore: entusiasmi e delusioni, vittorie e sconfitte, gioie e sofferenze. Che lo studio del latino ti appassioni e ti arricchisca; e che tu in questi cinque anni possa condividere con i tuoi amici e professori la bellezza stupenda e tremenda di quella cosa che chiamiamo vita.
«Corriere della sera» del 14 settembre 2017

11 settembre 2017

Se nella sfida sui «diritti» alla fine vince l’egoismo

Come mostra Vittorio Possenti, la cultura occidentale non riconosce che la stagione dei diritti umani è alla fine, distrutta dai suoi stessi beneficiari
di Carlo Cardia
Il dibattito sul relativismo, che ha finito con il coinvolgere i diritti umani, muove sempre dai grandi principi, ma le ricadute negative sulla persona si sono di recente moltiplicate in modo impressionante. Per due momenti essenziali del cammino percorso si possono citare la posizione di Norberto Bobbio sulla storicità dei diritti, in opposizione alla loro naturalità, e l’approdo del filosofo americano Charles E. Larmore, che decreta la radicale scissione tra etica e diritto. Sono posizioni diverse, non sovrapponibili, perché per Bobbio i diritti nascono nella storia, e «il problema di fondo è oggi non tanto quello di giustificarli, quanto quello di proteggerli», tuttavia per lui l’ispirazione etica del diritto rimane forte. Con Larmore siamo alla pienezza del relativismo, visto che con serenità cancella ogni base morale delle leggi dal concetto aristotelico di vita buona. Infatti, non c’è gerarchia tra tipi di vita che possono scegliersi: «Lo Stato dovrebbe rimanere neutrale, e non dovrebbe promuovere alcuna concezione particolare della vita buona per via della sua presunta superiorità». Quasi avvertendo l’assurdità proposta, Larmore ammette che esistano scelte più agevoli, «quantomeno, chi desidera fare una vita da ladro, non avrà vita facile». Ma la conclusione produce angoscia: «Se i liberali devono rispettare lo spirito del liberalismo, devono anche escogitare una giustificazione neutrale della neutralità politica», cioè elaborare «principi politici che siano essi stessi neutrali » senza dover tutelare alcun bene. Una legge ridotta a procedura, una vita da condurre come piace a ciascuno. Tra questi poli si compie il cammino che allontana l’uomo da una visione forte dei diritti, provoca la loro dissoluzione attraverso diverse tappe, alcune proposte con levità da intellettuali di varia estrazione.
Conviene richiamarne una che, con la fine della vita buona, prefigura la distruzione della famiglia e il trionfo di un edonismo prossimo al libertinismo d’altre epoche. È quella di Jacques Attali, per il quale la famiglia monogamica «è solo un’utile convenzione sociale». Secondo l’economista francese, andiamo «verso una concezione radicalmente nuova di relazione sentimentale e amorosa. Nulla ci impedisce di innamorarci di più di una persona contemporaneamente. Il fatto di avere più partner e vite multiformi renderà palese l’ipocrisia della società. Ciò non avverrà senza conflitti. Tutte le Chiese cercheranno di impedire una cosa del genere, soprattutto alle donne. Per un po’ resisteranno, ma alla fine trionferà la libertà individuale». Il pensiero di Attali è come il trait-d’union tra l’esaltazione teorica della libertà di fare ciò che si vuole e la sua traduzione pratica, che porterà al deserto dei valori etici e dei diritti umani. Colpisce il fatto, nella sua riflessione, che i figli scompaiano, come scompare la figura femminile, senza che si parli dei loro diritti, dei doveri nei loro confronti, della dimensione affettiva della persona. Venuto meno il carattere teleologico dell’agire umano, la deriva relativistica prosegue e ferisce l’intima natura relazionale dei rapporti tra persone.
Questo cammino teorico e pratico è oggetto del recente libro di Vittorio Possenti (Diritti umani. L’età delle pretese, Rubbettino 2017) di cui Avvenire ha già fornito ampia anticipazione, e che ha, tra i suoi pregi, quello di introdurci dentro l’opera di dissolvimento della stagione dei diritti, iniziata per dare all’umanità un nuovo Decalogo, e che tende invece verso i predominio dei più forti, con l’asservimento dei più deboli. Possenti ripercorre l’itinerario che ha portato filosofia e diritto ad abbandonare i valori fondanti e approdare alla mutazione dei diritti in realtà contingenti, frutto di leggi posi- tive mutevoli, espressione della volontà individuale, chiusi in una gerarchia presieduta dall’io sovrano, l’arbitrio del singolo. Dentro ci sono tante cose che conosciamo ormai per esperienza diretta: i diritti si moltiplicano, i fondamentali non si distinguono più dai secondari, i doveri si dissolvono e si spezza il rapporto con l’umanesimo occidentale, da Aristotele a san Tommaso, da Montesquieu a Maritain, al diritto si sostituisce il desiderio, poi la «pretesa», fino a sfociare nella guerra tra diritti a tutto danno dei soggetti che ancora non sanno e non possono difendersi. Tre movimenti meritano un’attenzione speciale. L’abbandono del concetto di natura umana, confusa con la fisicità, porta alla «rinuncia aprioristica degli impegni ontologici», soprattutto del valore assoluto della persona che, secondo il pensiero di Jeanne Hersch, sente di avere diritto a qualcosa proprio e solo in quanto è persona, mentre per Giuseppe Capograssi «parlare di diritti dell’uomo significa che esistono diritti che appartengono all’essenza dell’uomo e che sono a lui connaturali, e quindi inalienabili».
Un altro passaggio sta nell’azzeramento del concetto di «dignità umana », che pure è a base delle prime Dichiarazioni e Convenzioni internazionali. All’universalità della dignità umana si sostituisce un nuovo paradigma: l’autodeterminazione assoluta dell’uomo che segna, con le parole di Felice Balbo, «l’ora di Barabba» nella storia, «intimamente connessa con la superba deificazione dell’immanenza».
Oggi, l’immanenza deificata ha un altro nome, si chiama «la divina autonomia dell’uomo», tutti i diritti si riducono ad uno solo, «quello dell’autodeterminazione », che non conosce confini, perché la trascendenza è stracciata dai secolarismi, né esistono più doveri verso gli altri, anzi non esistono più gli altri: ognuno vuole realizzarsi appieno, come un «uomo aumentato» che innesta nel paniere dei diritti ogni desiderio, ambizione, pretesa. L’ultimo passaggio segna il movimento dalla teoria alla pratica, investe una serie amplissima di eventi e situazioni, nonché il complesso delle relazioni sociali. Si adattano con disinvoltura svolte storiche decisive all’odierno nichilismo, e si sostiene che il politeismo etico avrebbe oggi lo stesso fondamento del politeismo religioso introdotto dalla Riforma. Di qui, la conseguenza che ne trae Uberto Scarpelli, per il quale «nell’etica non c’è verità», anzi «l’etica è nei suoi principi arbitraria». Si converrà allora con H. Tristram Engelhardt, per il quale «non resta che derivare l’autorità (morale) dagli individui». Le conseguenze sono inevitabili.
Aveva ragione ad es. Danilo Zolo, secondo cui «la tesi del fondamento filosofico e della universalità normativa dei diritti dell’uomo è un postulato dogmatico (…) che manca di conferma sul piano teorico», e il consenso che i diritti umani ottengono nel mondo «non giustifica alcuna pretesa universalistica e alcune intrusività missionaria». Ridotti a merce dell’Occidente, i diritti umani subiscono un’ulteriore relativizzazione interna ai nostri territori, che falcidia i valori più alti costruiti dall’umanesimo, il rispetto degli altri, la solidarietà, la difesa dei più deboli, a cominciare da chi nasce e non può difendersi dal dominio degli adulti e delle loro pretese. Si legittima così l’eterologa, senza mai chiedersi se per il donatore non viga più alcun principio di responsabilità, se il figlio non abbia il diritto di conoscere il genitore naturale, che invece rimane nascosto per il resto dei giorni. Si ammette la filiazione per due persone che abbiano lo stesso sesso, senza chiedersi se il figlio non abbia il diritto naturale di avere un padre e la madre per ragioni morali, fisiche, psicologiche, sociali, conosciute da tutti. Si accetta perfino il ricorso alla maternità surrogata per dare dei figli a chi non può averne, anche se dello stesso sesso, perché se nell’etica non c’è verità si può cancellare il cammino moderno di emancipazione della donna: si può sfruttare il suo corpo, farne commercio secondo convenienza, e strumento per soddisfare desideri altrui, nasconderla al figlio che partorisce e nascondere lei al figlio nato. La guerra dei diritti assume forme impensabili, proprie del multiculturalismo senza cuore, come quando un intellettuale dichiarò che per la difesa dei diritti delle donne (musulmane o d’altra religione) sui nostri territori noi non possiamo intervenire, dobbiamo lasciare che siano esse a organizzarsi per rivendicare le proprie esigenze. S’è provocata così la risposta, tagliente e insuperabile, di Luigi Ferrajoli per il quale «sarebbe un segno di eurocentrismo» negare i diritti umani «a quanti hanno la ventura di appartenere a popoli che non hanno compiuto il nostro percorso storico»; ad esempio, «le donne afghane dovrebbero attendere, per la liberazione, che padri e mariti compiano la loro “rivoluzione francese”».
La riflessione di Possenti s’inserisce, così, in un dibattito che sta investendo la cultura occidentale ed europea, ancora restia a riconoscere che la stagione dei diritti umani può volgere al termine, distrutta dai loro stessi beneficiari, nonostante sia inscritta nelle più belle Carte Internazionali prodotte dall’epoca delle prime rivoluzioni democratiche della modernità.
«Avvenire» del 18 luglio 2017

Alberto Manguel, leggendo Borges riaffiora Dante

Nel racconto del direttore della Biblioteca Nacional a Buenos Aires al segretario generale della Società Dante Alighieri l’intreccio delle due grandi della letteratura
di Alessandro Masi
Gli argentini di Buenos Aires lo chiamano inverno. Per noi italiani è poco meno che una primavera. Nelle giornate di vacaciones di fine luglio, le signore passeggiano per le vie eleganti della Recoleta avvolte da lunghe sciarpe di lana e cappotti di mezza taglia, mentre le loro cameriere le seguono trascinando cani, pacchi e pacchetti vestite solo di un grembiulino rosa. Il sole risplende sul verde dei prati e dei grandi alberi del viale che da Avenida Del Libertador sale su verso Calle Agüro, in cima alla collinetta dove poggia massiccia la Biblioteca Nacional.
Il direttore Alberto Manguel ci riceve con garbo affettuoso e senza grandi cerimonie. È un nobile pratico. Sa che abbiamo fatto un lungo viaggio per incontrarlo e non vuole che si perda altro tempo per parlare di un argomento che gli sta molto a cuore: Dante e Borges.
Nel luglio del 2018 la Società Dante Alighieri terrà a Buenos Aires un grande convegno latinoamericano sul futuro della lingua italiana e per l’occasione Manguel sarebbe felice di poter ricordare l’autore dei Nove saggi danteschi (1982) e dell’Aleph (1942), racconti liberamente ispirati alla Divina Commedia.
«Come ricordo nel mio ultimo libro Con Borges (Siglo Ventiuno Editores) – racconta senza enfasi il direttore – lo scrittore argentino amava anche molti altri autori italiani come Croce, Calvino, Pirandello e De Chirico, ma Dante per lui era un grande classico, al pari di Shakespeare».
E chi meglio di Manguel può testimoniarlo? È uno scrittore noto in tutto il mondo, ha ricevuto molti premi, è poliglotta e ha viaggiato tanto, ha letto migliaia di libri per sé ma soprattutto per Borges. Difatti, nel 1964, a sedici anni, lavorava come commesso alla libreria Pygmalion di Buenos Aires quando vide entrare un signore distinto, alto, dai capelli bianchi e dall’andatura incerta, aiutato da un bastone di legno nodoso. Si aggirava sicuro tra gli scaffali chiedendo notizie degli ultimi arrivi, ma era cieco! Fu da quell’incontro che Alberto Manguel divenne uno dei pochi lettori ammessi nella casa del grande scrittore argentino, almeno fino al 1968. Un destino!
Come Borges anche Manguel è diventato direttore di quell’immenso labirinto di libri che è la Biblioteca Nacional di Buenos Aires, una gigantesca astronave poggiata su enormi piloni di cemento che sembrano le zampe di un insetto. A disegnarla nel 1971 fu l’architetto napoletano naturalizzato argentino Clorindo Testa, esponente della corrente brutalista e a inaugurarla, vent’anni dopo, nel 1992 ci pensò il presidente Carlos Menem. «A mio giudizio – confessa mostrandoci rare edizioni della Divina Commedia custodite gelosamente in un’ala protetta della Biblioteca – Dante suona con una marcata eco borgiana. Mi ricorda la strofa del quinto canto del Purgatorio che descrive Buonconte “fuggendo a piede e ’nsanguinando il piano”. Per me queste sono frasi coniate proprio per Borges».
Dante è inevitabile direbbe Ismail Kadare. Anche Alberto Manguel in Una storia naturale della curiosità (Feltrinelli), lascia che sia Dante a guidare l’umanità alla ricerca della giusta rotta verso un percorso rivelatore. E Borges il suo percorso lo aveva compiuto con la Commedia in mano nel lento tragitto in tranvai tra la sua casa e la biblioteca in cui lavorava. Il Direttore richiude una preziosa edizione dantesca stampata a Venezia sul finire del ’400 e lo sguardo malinconico va alla scrivania del suo maestro lì conservata.
Prima di congedarci, Manguel ricorda: «L’ultima volta che vidi Borges fu nel 1985 all’Hotel de París. Mi parlò delle città che considerava sue, Ginevra, Montevideo, Nara, Austin, Buenos Aires e in quali di queste avrebbe voluto morire. Scartò Nara, in Giappone, dove aveva sognato una terribile immagine di Buddha. Mi disse: “non quiero morir en un idioma que no puedo intender” (non voglio morire in una lingua che non posso capire). Forse come Dante anche lui presagiva che la sua città natale non avrebbe ospitato le sue ossa». Dal 1986, difatti, riposa al Mortuaire de Plainpalais di Ginevra, in Svizzera, dove l’inverno è davvero inverno.
«Avvenire» del 13 agosto 2017

Prof e ragazzi patto anti-noia

di Alessandro D'Avenia
Ho un nipote di 9 anni, curioso e attivo, sempre in esplorazione. Quando gli si indica qualcosa di nuovo la sua reazione è binaria: «Mi interessa» e rimane coinvolto fino a superare la passione di chi propone.
«Non mi interessa», e niente potrà fargli cambiare idea. Ha quello che chiamo «l’istinto dell’interessante» che lo aiuta a percepire subito se quell’attività conoscitiva, ludica, sociale lo farà crescere. Credo sia proprio di tutti i bambini aperti alla vita.
Questo è un nodo dell’educazione, l’interesse, qualcosa che è già nei ragazzi e che noi abbiamo il compito di agganciare alla realtà. L’alternativa è la noia, cioè costringere a fare qualcosa che non fa crescere, fino sentirsi rinchiusi nella vita come in una stanza delle torture. In un momento in cui le emozioni, nutrite da immagini e messaggi di conferma narcisistica del proprio io, ostacolano l’esplorazione reale del mondo a causa dell’apporto ipercalorico di ciò che soddisfa in modo effimero, ma nel profondo affama, l’interesse è cruciale nell’educazione e quindi nell’insegnamento.
Educare è aiutare a crescere, l’interesse non è quindi il frutto di effetti speciali più o meno tecnologici (quanta noia in un film senza storia ma traboccante di effetti), ma la conseguenza del fatto che gli oggetti che presentiamo all’attenzione dei ragazzi hanno ragione di bene, di vero e di bello, e i ragazzi vi si aggrappano come un bambino alla mammella, perché sanno, anzi sentono prima di saperlo, che questo li aiuterà a crescere. Crescere è infatti, a qualsiasi età, l’unico modo che l’uomo ha per guadagnare tempo, cioè per dare scacco alla morte portando a compimento il progetto di vita che è. Non si guadagna tempo facendo più cose o in meno tempo o in gran quantità, come si illude la cultura delle prestazioni (vedi i programmi di scuola, grandi corse verso cosa?).
Una lezione è noiosa perché non aiuta a crescere, cioè perché non è vera, bella, buona, innanzitutto per noi che la stiamo facendo. Quando entriamo in un ristorante pretendiamo un piatto buono, da un amico vogliamo che sia sincero, ci innamoriamo di qualcuno perché ne abbiamo scorto la bellezza. Noi siamo presi dalla realtà non perché abbia effetti speciali, ma per quelle tre cose che ci fanno vivere relazioni profonde e quindi crescere: verità, bene, bellezza.
Non serve una scuola divertente, ma una scuola interessante. Interesse vuol dire essere (esse) dentro (inter), essere sorpresi e quindi presi da qualcosa che per via esperienziale (cioè con tutto l’essere) percepiamo come vitale, perché coinvolge il nostro essere dalle fondamenta, così da metterlo in movimento esplorativo della realtà. Le nostre lezioni diventano poco interessanti non perché non conosciamo la materia, ma perché non facciamo lo sforzo di far sì che quel contenuto abbia presa sulla sostanza vitale dell’uomo o della donna in formazione, cioè non diamo ragione che vitale lo è innanzitutto per noi.
Leopardi diceva dei libri che non avevano posto in lui qualcosa che già non ci fosse, ma avevano semplicemente accelerato il processo di maturazione di qualcosa già presente in lui: acceleratori di crescita. Come mi spiego un anno in classifica del libro di una collega sul perché amare il greco o del mio su Leopardi? Perché quello che vi si racconta è interessante ed è interessante non perché gli autori siano dei fenomeni, ma perché quello che raccontano riguarda una ricerca vitale propria, che le persone sentono comune alla loro esistenza. La noia della scuola di oggi dipende dalla sua impostazione museale: presentiamo gli oggetti come morti, e non perché lo siano, ma perché non servono a vivere, non servono a crescere, innanzitutto a noi che li raccontiamo.
In che modo Leopardi, la termodinamica, la tavola periodica, la fotosintesi, le disequazioni, Kant, la guerra del Peloponneso sono interessanti? Nella misura in cui mi aiutano a crescere, cioè se sono soggetti attivi nella vita interiore dell’insegnante, che mostra durante la lezione in che modo quell’argomento non sia un oggetto del programma quantificabile in una valutazione, ma un pezzo (bello, buono, vero) di mondo, necessario a orientarsi nella realtà di se stessi e di ciò che ci circonda. Questo, indipendentemente dalle doti personali, lo comunicano il corpo, gli occhi, le mani, le parole, l’essere tutto dell’insegnante che vibra nel tentativo di trasmettere il suo «essere dentro». Niente c’è di interessante, se quegli argomenti non hanno cambiato, cambiano, e continueranno a cambiare il mondo interiore di chi li racconta, tanto che continua ad approfondirli, e non si limita a ripetere stancamente il programma. Come farò a meravigliare con quello che insegno se non mi meraviglio di quello che insegno? Non possiamo interessare, se non siamo interessati: a ciò che insegniamo e soprattutto alla vita dei ragazzi.
«La stampa» dell'11 settembre 2017

28 agosto 2017

La fake news del ritorno di fascismo e comunismo

Passato e presente
di Pierluigi Battista
Il già noto, per quanto orribile, rassicura, culla, ringiovanisce, crea l’illusione che il mondo non sia definitivamente cambiato, rendendo pateticamente obsolete categorie e parole che sembravano eterne
Sulla Stampa Mattia Feltri racconta lo stupore di sua figlia, studentessa di prima media, che alla domanda «sei fascista o comunista?» si è sentita rispondere dal padre: «né l’uno né l’altro». Non capiva proprio il senso di questa risposta perché a scuola bisognava decidersi, nell’anno 2017, se essere fascisti o comunisti. Drasticamente, senza sfumature, come nel secolo scorso, e non è nemmeno Carnevale con le maschere, è proprio sul serio. Perché a scuola è come nei social e nei giornali di quest’epoca di infantilizzazione del dibattito politico, di brutali e sciocche ipersemplificazioni in cui si colma il vuoto delle teste con gli improperi da curva: «fascista», «comunista». Parole in libertà, usate per colpire con le armi delle parole sepolte dalla storia chi semplicemente sta da un’altra parte rispetto alla tua. E’ tutto un «fascista» e un «comunista» quando non si capiscono le cose che accadono e si cerca di addomesticarle nelle categorie più abusate. Sono formule di rassicurazione per battere lo spaesamento di fenomeni nuovi. Non migliori o peggiori del fascismo e del comunismo: semplicemente diversi.
Ma fingendo di esserne inorriditi, di denunciare un pericolo incombente, di lanciare un pensoso allarme sulle sorti del pianeta, ci si balocca in realtà con le fantasie di un temuto «ritorno» del già noto: perché il già noto, per quanto orribile, rassicura, culla, ringiovanisce, crea l’illusione che il mondo non sia definitivamente cambiato, rendendo pateticamente obsolete categorie e parole che sembravano eterne. E invece tra i compulsivi che lanciano sassate al grido di «fascista» e «comunista» non ci si rende nemmeno conto di quanto siano patetici, culturalmente decrepiti, con la testa perennemente rivolta all’indietro. E il mondo sembra, nelle chiacchiere dei social, dei giornali, tra i commentatori più paludati fino alle aule scolastiche in cui il fascismo e il comunismo storici dovrebbero avere una distanza emotiva e cronologica più o meno equivalente a quella che ci divide dalle guerre puniche, popolato di fascisti e comunisti mentre la stragrande maggioranza delle persone non è né fascista né comunista. E certo ci saranno schegge fasciste, come gli scemi che a Pistoia fanno i bulli con un prete, o frammenti comunisti nella galassia dell’estrema sinistra, ma si tratta di esigue minoranze. Mentre nel dibattito pubblico sembrano una legione in marcia. Ma non è vero. E’ vero solo che quando non si capisce più cosa accade, la soluzione più semplice è ripetere quello che si diceva nel passato. Il ritorno del fascismo e del comunismo? Una fake news.
«Corriere della sera» del 27 agosto 2017

26 agosto 2017

Da Colombo a Franco, cancellare la memoria non cambia la storia

Noi e monumenti
di Antonio Carioti
Un incendio ha distrutto sul monte Giano la pineta piantata nel 1939 per formare la parola Dux
I monumenti sono materia delicata non in quanto tali, ma per il significato che viene loro attribuito. Ce lo ricorda l’incendio che ha danneggiato sul monte Giano, non lontano da Rieti, la pineta piantata nel 1939 in modo da formare la parola Dux, ben visibile all’orizzonte, in onore di Benito Mussolini. Quel bosco, tutelato come patrimonio paesaggistico, è considerato una semplice reliquia, alla stregua dell’obelisco dedicato a Mussolini nel Foro Italico di Roma: del resto la città di Imperia mantiene un nome che ricorda la guerra d’Etiopia, mentre in Calabria ci sono tuttora monumenti ai gerarchi fascisti Michele Bianchi e Luigi Razza.

Statue militari
Diverso è il caso delle statue di militari o leader confederati negli Stati Uniti. Esse furono il suggello della conciliazione tra le parti che si erano combattute nella guerra di Secessione, ma appunto per questo riflettono il vizio d’origine di quel compromesso: i bianchi del Sud accettarono la supremazia, rispetto ai loro Stati, di un’autorità federale che aveva abolito la schiavitù, ma ottennero in cambio di autogovernarsi secondo leggi che segregavano i neri e li privavano dei diritti più elementari. Difficile negare le ragioni degli afroamericani che vedono in quei monumenti (a volte eretti nella seconda parte del Novecento proprio in sfregio ai movimenti per i diritti civili) gli emblemi della loro lunga oppressione. Appare ragionevole la soluzione di ricollocarli in siti meno prestigiosi, musei o cimiteri, per ridurli a testimonianze storiche, ma non sarà facile sfuggire a due pericoli simmetrici: favorire l’atteggiamento strumentale dei razzisti, che gridano al sopruso contro il Sud; alimentare una visione puerile e manichea del passato, che ne condanna i protagonisti sulla base della sensibilità odierna.

Il dittatore Franco
I segnali di una deriva del genere non mancano. Si può capire che Ferrol, in Spagna, non ami essere ricordata come città natale del dittatore Francisco Franco e per questo chieda all’artista Banksy di illustrarla con un suo graffito (magari proprio sui muri della casa del caudillo): è lo stesso problema della nostra Predappio, che vuole rimediare con un museo storico sul fascismo. Ma colpisce che si arrivi a voler cancellare i monumenti a Cristoforo Colombo per via delle sofferenze subite dai nativi americani: ben oltre meriti e demeriti del navigatore genovese, significherebbe delegittimare l’intera opera europea di esplorazione e trasmigrazione nel Nuovo Mondo, da cui sono scaturiti tutti gli Stati oggi esistenti dallo stretto di Bering a Capo Horn, proprio mentre si afferma invece che la spinta a spostarsi sul globo è una tendenza naturale degli esseri umani. Sarebbe semmai più saggio moltiplicare i memoriali dedicati ai nativi. Anche perché maledire la storia non basta a cancellarla. Più utile e istruttivo è sforzarsi di conoscerla in tutti i suoi aspetti, anche sgradevoli. E soprattutto cercare di comprenderla.
«Corriere della sera» del 25 agosto

01 agosto 2017

Processo Eichmann: Fu solo «banalità»? Un saggio corregge Hannah Arendt

Il corposo studio di Bettina Stangneth riporta le parole inedite del gerarca latitante in Argentina: ne emerge un quadro ben più complesso di quello delineato dalla Arendt
di Riccardo De Benedetti
Il libro di Bettina Stangneth, La verità del male. Eichmann prima di Gerusalemme (Luiss University Press, pagine 604, euro 24,00) è di quelli che si fa fatica a dimenticare. Innanzitutto per la scrupolosità con la quale è stato scritto e l’attenzione a ogni pur piccolo dettaglio di una storia piena di trabocchetti e dissimulazioni. Il lettore, dopo ogni pagina di lettura, sa di avere a che fare con una ricerca scientifica e non con una delle tante ricostruzioni più o meno scandalistiche sul nazismo e la sua opera nefasta. Il libro (1.215 note), ricostruisce gli anni argentini dell’Obersturmbannführer (tenente colonnello) delle SS Adolf Eichmann, fuori servizio. Uno dei responsabili diretti della Shoah, coordinatore dello sterminio, fu catturato dal Mossad l’11 maggio del 1960 a Buenos Aires e impiccato la notte tra il 31 maggio e il 1 giugno del 1962 a Gerusalemme dopo un processo che attirò l’attenzione del mondo. Perché Eichmann in Argentina? Il titolo corregge il sottotitolo del famosissimo saggio di Hannah Arendt, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (1963). Prima del processo al criminale nazista c’è l’Argentina, luogo di rifugio per centinaia di nazisti in fuga, nella quale il male non era banale ma rivendicato e, se possibile, analizzato, scrutato nel profondo. Eichmann, improvvidamente, in quegli anni parla, scrive, registra, con la collaborazione di altri rifugiati nazisti, descrivendo una realtà che non ha nulla a che fare con la burocrazia esecutrice, ma al contrario, con la piena e convinta adesione all’ideologia razzista e antisemita e alla sua più consapevole esecuzione. I nastri e le carte di quella rivendicazione di responsabilità seguirono percorsi tortuosi e allora non riuscirono a raggiungere nella loro completezza i giudici del processo e, soprattutto l’opinione pubblica mondia-le, anche quella più informata e consapevole.
Durante gli anni della detenzione a Gerusalemme Eichmann volle dare di sé l’immagine del mero esecutore di ordini. La sua non era una mossa per ottenere clemenza, che infatti non ebbe, era un modo per proseguire la guerra contro gli ebrei. L’autrice descrive il tortuoso ragionamento con il quale i nazisti, sconfitti nella guerra ma non annientati, contavano di proseguire in un lavoro, così lo chiamavano, che non essendo stati capaci di portare a termine gli sarebbe stato per sempre rimproverato. Dopo la sconfitta in guerra si trattava di ripiegare in ciò che poi sarebbe apparso come negazionismo: la Shoah era un’invenzione e se si era verificata era perché qualcuno, non loro, aveva intrapreso l’azione di sterminio per giustificare la nascita dello Stato di Israele. Apparire banali esecutori di ordini di una gerarchia sconfitta era un modo per ridare una parvenza di legittimità a un programma che doveva proseguire. Il libro della Stangneth riporta le parole, inedite, pronunciate alla fine delle estenuanti riunioni di nazisti che si svolgevano a casa di Eichmann in Argentina. In particolare la rivendicazione dello sterminio come parte integrante di un dovere morale ed etico (se è lecito usare questi termini per qualcosa che è pura criminalità) da compiersi rigorosamente se si voleva ottenere la vittoria contro il nemico assoluto: «Non cerchi di confondermi dopo 12 anni, che si chiamasse Kaufmann, o Eichmann, o Sassen o Morgenthau, non me ne importa nulla, a un certo punto mi sono detto: bene, devo smetterla di farmi scrupoli. Prima che il mio popolo tiri le cuoia devono tirare le cuoia tutti gli altri, poi il mio popolo. Ma solo a quel punto! Io ero così [...]. Io, “il burocrate prudente”, ecco cos’ero, sissignore. Ma vorrei ampliare il concetto di “burocrate prudente”, anche se a mio sfavore. Questo burocrate prudente si accompagnava ad un fanatico combattente per la libertà del mio sangue, dal quale discendo, e qui dico, proprio come le ho detto poco fa, il pidocchio che la sta pungendo, camerata Sassen, non mi interessa. A me interessa il mio pidocchio sotto il mio colletto. Quello lo schiaccio. Lo stesso vale per il mio popolo. Ma da quel burocrate prudente che ero, perché certamente lo sono stato, sono anche stato ispirato e guidato: ciò che è utile al mio popolo, per me è un ordine sacro e una legge sacra [...]. Mi si contorcono le budella a dire che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato. No. Devo dirle in tutta sincerità che se dei 10,3 milioni di ebrei stimati da Korherr, come sappiamo oggi, ne avessimo uccisi 10,3 milioni, allora sarei soddisfatto e direi “bene, abbiamo sterminato un nemico”. Ora che per un tiro mancino del destino la maggior parte di quei 10,3 milioni di ebrei è rimasta in vita, mi dico: il fato ha voluto così. Devo assoggettarmi al destino e alla provvidenza. Sono solo un piccolo uomo e non è in mio potere contrastarli, né tantomeno posso o voglio farlo. Avremmo compiuto il nostro dovere per il nostro sangue».
Hannah Arendt si è sbagliata? Sì e no. Certamente per quanto riguarda Eichmann, che non corrisponde affatto al ritratto che lui stesso ha fatto in modo che uscisse dal processo, da abile manipolatore qual era. Non del tutto quanto al significato che possiamo dare alla “banalità del male”. Il processo Eichmann è stato solo un punto di avvio per un’analisi approfondita della storia del nazionalsocialismo e la Arendt non aveva a disposizione ciò che con fatica hanno sotto mano gli studiosi di oggi. Cosa c’è di davvero banale nell’azione di Eichmann e di quelli come lui? C’è la mancanza assoluta di distanza tra la formulazione di un’idea, di un pensiero, di una tesi, e la sua realizzazione. Il pensiero è banale, errato e criminale, ma la sua realizzazione è tragicamente seria. C’è quella che Eric Voegelin, nel suo Hitler e i tedeschi, poco letto, purtroppo, chiamava la stupidità di un intero popolo, insieme alla capacità manipolatoria di attivarla. Una concezione rozza del formarsi e trasformarsi di un popolo attraverso il sangue e la razza, concetto che affonda in profondità nel pensiero scientifico illuminista prima e darwinista poi, con l’accento totalizzante posto sulla lotta per la vita e per la morte di un gruppo umano contro un altro.
Il libro della Stangneth è un libro di filosofia, più di tanti altri che sull’argomento hanno intinto per infiniti, e in molti casi pedanti e stucchevoli, esercizi ermeneutici. Una filosofia che lascia al lettore il compito di rintracciare la triste filiera del formarsi di un orrore e del suo realizzarsi. Non fu l’unico nel Novecento, ma fu quello al quale dobbiamo un obbligo di spiegazione razionale che ha rischiato, e il caso dell’abbaglio di Hannah Arendt sta a dimostrarlo, di sfuggirci.
«Avvenire» del 20 luglio 2017

L’umanità ritrovata della Germania di oggi

Rinascita di una nazione
di Claudio Magris
I tedeschi hanno costruito uno dei Paesi europei più saldi e vivibili e non si profilano forze estremiste che possano minacciare l’equilibrio del Continente
Non è sempre facile, alla fine di una guerra, dire, passato il primo momento, chi l’ha vinta. La Germania è stata disastrosamente sconfitta in due guerre mondiali. La prima l’ha ridotta — anche a causa delle inique, vendicative e idiote condizioni del trattato di pace di Versailles, duramente criticate dal grande lord Keynes — a una devastante miseria e a disordini che hanno contribuito all’ascesa del nazismo. Ma non molti anni dopo la Germania nata dalle rovine era una potenza più grande degli Stati che nel 1918 l’avevano vinta e che poco più tardi avrebbero avuto difficoltà, tutti insieme, a fronteggiare il suo micidiale attacco sferrato su tutti i fronti.
Lanciata alla conquista del mondo e all’esecuzione del progetto criminoso più efferato della Storia, lo sterminio del popolo ebraico, la Germania alla fine della Seconda Guerra Mondiale era rasa al suolo, aveva perduto vasti territori a Est ed era divisa in due Stati contrapposti, uno dei quali sotto la tirannica tutela sovietica. In pochi anni e soprattutto a partire dal cosiddetto miracolo economico, la Repubblica Federale era un Paese florido e sostanzialmente tranquillo; l’Inghilterra — che aveva contribuito a salvare il mondo dal nazismo resistendo per un certo periodo da sola, con indomita forza d’animo, al Terzo Reich che appariva vittorioso su ogni fronte — alla fine della guerra si era trovata ad aver perduto l’Impero britannico ossia il suo ruolo mondiale e a vivere un periodo di dure ristrettezze economiche, affrontate peraltro con grande sapienza dal Welfare ma difficili.
La Terza Guerra Mondiale — la cosiddetta guerra fredda, ma calda e rovente per i 45 milioni di morti fra il 1945 e il 1989 nei vari teatri extraeuropei dello scontro, mediato ma sanguinoso — si è conclusa non solo con la sconfitta, ma con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e dell’universo politico sovietico. Ma a vincerla è stata in fondo la Russia, che in pochi anni è divenuta la potenza mondiale più determinata e a poco a poco determinante nel complesso gioco internazionale di forze, mentre gli Stati Uniti, che dal collasso sovietico sembrava dovessero uscire come il Paese destinato a dominare il mondo per chissà quanto tempo, sono indubbiamente una formidabile potenza, ma spesso incerta e malaccorta nei propri passi. In Cina il comunismo — con l’eroica Lunga Marcia e con la guerra che ha dissolto il regime di Chiang Kai-shek come un castello di burro — ha vinto ma ha creato un sistema di capitalismo selvaggio e sfruttatore, in cui il comunismo, eroico vincitore nelle guerre e disastroso perdente nelle paci, è il duro potere che controlla il funzionamento di un mercato spietato.
La Germania, la sconfitta per antonomasia nell’ultimo classico conflitto mondiale, è oggi uno dei Paesi più saldi e vivibili dell’Europa. La stagione del terrorismo rosso è ormai lontana e scomparsa; vi sono sacche di povertà, abilmente occultate ma limitate; non si profilano forze estremiste che possano minacciare l’equilibrio del Paese e dell’Europa. A differenza di molte altre scadenze elettorali europee – come quelle recenti in Austria, Olanda, Francia, che hanno rischiato di far traballare o peggio l’Ue – in Germania l’eventuale alternanza al governo, la continuazione della coalizione e la vittoria dell’uno o dell’altro partito hanno i loro pregi e difetti, ma nessun carattere che metta in pericolo l’ordine e l’equilibrio del Paese e del continente.
Le elezioni, in Germania, non pongono davanti alle alternative drammatiche che talora si presentano in altri Paesi. La scelta fra Angela Merkel e Martin Schulz non è sconcertante come quella fra Donald Trump e Hillary Clinton, in cui era comprensibilmente difficile, anche e forse soprattutto per un autentico democratico, decidersi tra l’aggressivo, rozzo e regressivo populismo di una parte e l’ipocrita, pseudoliberal superficialità dell’altra, assai poco attenta ai reali e pericolosi disagi di alcuni settori del paese, disagi responsabili della stessa crescita del populismo.
Nella sostanziale stabilità tedesca gioca forse un ruolo la particolare tradizione del capitalismo tedesco, quel «capitalismo renano» legato alla produzione più che alla speculazione finanziaria, alla continuità della produzione e delle imprese, al dialogo fra impresa e sindacato. Qualità che tendono a rendere meno selvaggio e feroce l’anarchico dominio del mercato. Qualità ovunque sempre più desuete e che vacillano pure in Germania, anche se lo si maschera furbescamente con abili maquillages — ad esempio i dati sulla disoccupazione, talora sostanzialmente falsati dai casi di lavoro sottopagato, che andrebbe considerato nella voce «disoccupazione», o come il gioco a proprio favore con l’euro.
E’ stato giustamente osservato che la Germania, con la sua solidità, potrebbe dimostrarsi più sensibile ai problemi e alle necessità comuni dell’Unione Europea — anche se dovunque l’egoismo dei singoli Stati rilutta a una solidarietà veramente europea, a risolversi in patriottismo europeo. Può anche darsi che l’ombra del passato nazista induca la Germania a non mostrarsi troppo interventista e autorevole. Ma deve pur venire, e anzi dovrebbe essere già venuto il momento in cui, se necessario, possano essere utilizzate, insieme alle altre, pure forze militari tedesche. Comunque nel complesso il Paese «cattivo» per eccellenza appare più umano di molti altri.
Se è difficile stabilire chi ha vinto e chi ha perso le guerre passate, è ancor più difficile capire — nell’attuale vera e propria quarta guerra mondiale che divampa in tutto il globo - chi combatte contro chi,sia l’alleato e chi il nemico, con tanti alleati amici dei nemici dei loro alleati. Forse mai come oggi emerge la verità di quel pensiero che Joseph Roth, nella Marcia di Radetzky, attribuisce a Francesco Giuseppe, il quale - egli scrive — non amava le guerre, «perché sapeva che si perdono».
«Corriere della sera» del 13 giugno 2017

Il socialismo è malato (ma può anche riprendersi)

Partiti vecchi e nuovi
di Paolo Franchi
L’ambizione antica di portare avanti quelli che restano indietro ha ritrovato una sua legittimazione quando tutto sembrava parlare in senso contrario
Un giorno il Politburo stabilì, su proposta di Michail Suslov, di mettere nero su bianco nello statuto del partito che il marxismo-leninismo non era una filosofia, ma una scienza. La decisione fu sottoposta al voto, stancamente unanime, di tutte le strutture del Pcus. Nell’ultima, sperdutissima sezione, però, il compagno Popov, raggelando gli astanti, chiese la parola. Nessun dubbio, per carità, il marxismo–leninismo era una scienza. Ma allora come mai, prima di applicarla agli umani, non la si era sperimentata sui topi?
Il riaprirsi del dibattito sulla fine del socialismo e dei partiti socialisti mi ha fatto tornare alla mente questa vecchia barzelletta sovietica. Una ragione c’è. Il socialismo, in tutte le sue varianti, non si presta alle ironie del compagno Popov: perché, a differenza del comunismo, con tutto il rispetto per Karl Marx non è «scientifico». Non ha più da un pezzo un’ortodossia, uno statuto ideologico rigido, un obiettivo finale con cui fare i conti. Il movimento è tutto, il fine è nulla, aveva sostenuto già nel 1899 il revisionista Eduard Bernstein. Se ne ebbe in cambio l’espulsione dalla Spd. Ma settant’anni dopo un altro grande socialdemocratico tedesco, Willy Brandt, parlava con Oriana Fallaci del socialismo come di «un orizzonte che non raggiungeremo mai, e a cui tentiamo di andare sempre più vicino». E il nostro Pietro Nenni, che fino all’ultimo volle essere giudicato «come un militante della classe operaia e del movimento socialista», lo definiva come la lotta incessante «per portare avanti quelli che sono nati indietro».
A lungo questa sostanziale indifferenza alla teoria fu considerata (in Italia, ma non solo in Italia; a sinistra, ma non solo a sinistra) un insuperabile limite congenito del movimento socialista. C’era del vero, in questo giudizio, specie in un tempo in cui, a confrontarsi, erano ideologie e visioni del mondo potenti e all’apparenza inossidabili. Ma, adesso che così non è più da un pezzo, questo limite può persino trasformarsi in una potenzialità. Anche se solo a dirlo si rischia di passare per visionari, forse sarebbe il caso di cominciare a discuterne. Il socialismo è morto?
Andiamoci piano. Di sicuro gravissimamente malati sono i partiti socialisti e socialdemocratici per come li abbiamo conosciuti, i quali, dopo aver stravinto la lunga guerra a sinistra, sono poi riusciti, uno dopo l’altro, a straperdere la pace. I motivi del disastro sono ovviamente tantissimi, ma qui interessa sottolinearne uno su tutti. E cioè la diffusa convinzione (addirittura ostentata, negli anni Novanta del secolo scorso, con un fastidioso entusiasmo da neofiti) che, caduta l’Unione Sovietica, anche la stagione della battaglia per «portare avanti quelli che sono nati indietro» fosse finita una volta per tutte, assieme a quella del compromesso democratico tra capitale e lavoro organizzato che aveva garantito in Europa la prosperità e la democrazia nei decenni precedenti; e che si trattasse piuttosto di dimostrarsi più convincenti delle destre nel praticare la religione del mercato nel tempo della globalizzazione. Per questa via, i partiti socialisti e socialdemocratici conquistarono spesso il governo, ma smarrirono la loro stessa ragione sociale di esistenza, senza riuscire a individuarne un’altra che non fosse solo quella, pur meritoria, della difesa e dell’allargamento dei diritti civili e delle libertà individuali. Non passarono la nottata: la storia provvide rapidamente a fornire le sue dure repliche.
In Europa e in tutto l’Occidente chi era nato indietro è stato ricacciato ancora più indietro, chi aveva avuto, o meglio si era guadagnato, la possibilità di fare dei sostanziosi passi in avanti è stato costretto a percorrere a ritroso il cammino; e questo non è valso, anzi, a garantire nuove chances di vita ai giovani. Sì, certo: la globalizzazione ha cambiato tutto. Ma non era scritto che alla filosofia dell’inclusione e dell’integrazione crescente dovesse subentrare quella dell’esclusione e della chiusura, con tutto ciò che essa comporta, a cominciare dalla crescita senza precedenti delle sperequazioni sociali: i ricchi (non pochi) sempre più ricchi, i poveri (moltissimi) sempre più poveri. Come riconobbe l’allora capo dello Stato Giorgio Napolitano già nel 2012, «dovremmo parlare non più di disagio … ma di una vera e propria questione sociale».
Non sono stati i partiti socialisti a guidare questo processo. Ma non si sono nemmeno provati a contrastarlo. E non hanno neanche compreso che una simile, gigantesca trasformazione si porta appresso un cambiamento tellurico della morfologia sociale, culturale e politica; tanto più perché si accompagna a fenomeni (le grandi migrazioni, per cominciare) destinati, ci piaccia o no, a cambiare la vita nostra, e soprattutto quella dei nostri figli e dei figli dei nostri figli.
A lungo si è ragionato come se lo sbocco pressoché obbligato di tutto ciò fosse il dilagare del populismo vetero-sovranista e xenofobo. Le cose non stanno necessariamente così, come testimoniano anche i successi di leader pure molto diversi, come Bernie Sanders, Jean-Luc Mélenchon e, da ultimo, Jeremy Corbyn. Non si tratta di copiarli, ma di prendere atto che l’ambizione antica di portare avanti quelli che sono nati, o sono stati ricacciati, indietro, ha ritrovato una sua legittimazione quando tutto sembrava parlare, da decenni, in senso contrario. La parola indicibile, socialismo, può di nuovo essere pronunciata e declinata. Apostoli che ci facciano tornare alla mente i socialisti delle origini in giro non se ne vedono. Ma nulla esclude che possa farsi pensiero politico, organizzazione, programma, e riprendere la sua lunga marcia.
«Corriere della sera» del 24 luglio 2017

Fine vita e legge del silenzio

di Aldo Cazzullo
Diceva Umberto Veronesi che nessun malato terminale gli aveva mai chiesto di morire; tutti gli avevano sempre chiesto di guarire. Ma cosa accade quando una persona non è più responsabile di se stessa? Quando la scienza non è in grado di guarire, però consente di tenere in vita, senza limiti di tempo ma anche senza speranza? Nei giorni in cui il mondo piange il piccolo Charlie, l’Italia si interroga anche sulla storia di Elisa, raccontata venerdì sul Corriere da Andrea Pasqualetto. Elisa è in «stato vegetativo permanente» da dodici anni. Il padre Giuseppe dice di non sapere cosa fare. Non osa chiedere di «staccare la spina» e provocare la morte della figlia; ma non se la sente neppure di andare avanti così, pensando anche a quel che accadrà quando lui non ci sarà più. Nella stanza di Elisa, nel letto accanto, c’è un’altra donna, molto più anziana. Eros, suo figlio, sostiene che non intende stabilire lui il destino della madre, che «deve essere lo Stato a decidere». Sono parole terribili, in una situazione terribile. L’idea di uno Stato che decida come Atropo quali fili di vita troncare e quali tessere è giustamente lontana dalle nostre sensibilità. Ma l’alternativa non può essere neppure quella di lasciare soli un padre e un figlio, di fronte alla sopravvivenza o alla morte dei loro cari. Diciamo la verità: su questo tema, la politica italiana ha avuto due attitudini, a seconda delle circostanze.
La prima è stata intervenire per decreto, sull’onda emotiva di un caso — la giovane Eluana Englaro, una storia non lontana da quella di Elisa —, su cui si innestò una componente ideologica. La seconda è stata rimuovere, rinviare, prendere tempo. Nessuna delle due attitudini ha portato né porterà un risultato utile alle persone che soffrono e alla comunità di cui tutti facciamo parte, e che con la morte finiremo per confrontarci, per quanto tentiamo di esorcizzarla. Certo, il tema del fine vita è divisivo. Ma questa non è una buona ragione per non parlarne e non decidere. Al contrario, è il momento di affrontare una grande discussione, aperta, libera, rispettosa delle opinioni altrui, e soprattutto non inconcludente. Lo scorso 20 aprile è passata alla Camera una legge forse imperfetta, ma che riconosce il diritto di rinunciare ad alcune terapie senza passare dai tribunali, indicando la propria volontà quando ancora si è in grado di farlo; però è quasi certo che il Senato non riuscirà o non vorrà approvarla.
Si sente obiettare che in Parlamento non c’è una maggioranza solida, né ci sarà dopo le prossime elezioni. Ma una questione così complessa deve essere disciplinata da un accordo vasto, che possa reggere alle alternanze, anziché essere disfatto o capovolto al primo cambio politico. Oggi questa discussione è possibile anche perché la Chiesa, da sempre molto attenta alla legislazione italiana, ha rinunciato non ovviamente ai propri valori ma a un atteggiamento intransigente che non aveva aiutato né il confronto né il varo di norme destinate a durare. Anche la Chiesa sostiene che una legge ci vuole. Resta da stabilire quale. Un sistema di regole rigido e intrusivo non sarebbe una buona soluzione. Esistono spazi lasciati all’umanità dei medici e alla pietà dei familiari che ogni giorno alleviano sofferenze fisiche e patimenti morali. Ma di fronte a casi controversi la risposta non può essere soltanto il silenzio. Oggi ci confrontiamo soprattutto sulle storie dei giovani e dei bambini, come Charlie, che scuote le nostre coscienze. Si parla meno dei nostri grandi anziani. Ogni tanto qualcuno di loro va in Svizzera a farla finita, o annuncia di volerlo fare; oppure si appropria della sorte in modo tragico, come Mario Monicelli. La scienza non ha abolito la morte, l’ha resa più difficile; aprendo la strada a vecchiaie lunghissime, che possono essere serene e produttive, ma anche foriere di paura e disperazione. Interrogarci, parlarne, decidere non può più essere un tabù.
«Corriere della sera» del 29 luglio 2017

Non facciamo più figli nel mondo occidentale

di Massimo Gramellini
Alla notizia della possibile estinzione del pappagallo neozelandese (detto anche pappagallo Alitalia perché fatica a volare), gli amanti della natura insorsero giustamente per sensibilizzare l’opinione pubblica. Invece, dopo la rivelazione dei ricercatori dell’università di Gerusalemme che il maschio occidentale ha smarrito la metà dei suoi spermatozoi, nessun amante dell’umanità è sembrato preoccuparsi. La macchina dell’informazione ha digerito e sputato il ferale annuncio in meno di ventiquattr’ore e in nessuna città europea o nordamericana si segnalano sit-in di protesta o quantomeno code nei reparti di andrologia. Non è la prima volta che in Occidente ci troviamo alle prese con il problema delle culle vuote. Ma è la prima volta che sembriamo non considerarlo un problema. L’imperatore Augusto fu visto battere la testa contro un muro del Senato quando comprese che Roma era diventata così sterile da non essere in grado di sostituire i quindicimila soldati scomparsi nella battaglia di Teutoburgo contro i trisavoli della Merkel, mentre appena due secoli prima era riuscita a rimpiazzare in un batter di ciglia le quasi centomila perdite subite dai cartaginesi, trisavoli dei migranti. Gli eredi di Augusto, concentrati su temi che riguardano la loro sopravvivenza, come i vitalizi e la legge elettorale, di quella dell’Occidente se ne infischiano.
E appena smettono di farlo rimediano risolini imbarazzati — è successo a Renzi quando ha varato il «dipartimento mamme» — o gaffe imbarazzanti, come la parlamentare del Pd che rivendicava la salvaguardia della razza, espressione che i crimini nazisti hanno espulso per sempre dal lessico commestibile. Ma in genere di questa materia non se ne preoccupa e tantomeno occupa nessuno, se non i nostalgici alla Trump, che però indossano solo idee difensive e vorrebbero tornare a un passato di muri e di dazi. Gli altri tacciono. Non si discute la posizione, più che legittima, di chi è favorevole alla nostra lenta autodissoluzione per garantire la sopravvivenza di un pianeta già sufficientemente popolato. L’associazione inglese «Having Kids» ha considerato l’eventuale nascita di un terzo figlio degli eredi al trono William e Kate «non sostenibile per l’ambiente e l’economia della Gran Bretagna». (La regina Vittoria di figli ne ebbe nove, ma ai tempi dell’Impero Britannico si pensava ancora che farne tanti aiutasse, se non l’ambiente, certamente l’economia). Il sospetto, però, è che la maggioranza degli occidentali, lungi dal desiderare la propria fine, semplicemente non ne abbia coscienza. Si parla spesso del divario tra realtà vera e realtà percepita. L’impressione è che si percepiscano più migranti e più pericoli di quanti ne indichino le statistiche, ma che non si percepisca affatto la drastica e documentata riduzione delle culle, dei bambini e degli adolescenti, anche solo rispetto a vent’anni fa. Tanto che gli avversari della società multietnica sono i primi ad affermare: «Siamo già fin troppi così».
Il crollo delle nascite potrà anche imputarsi alla crisi economica e alla mancanza di politiche a sostegno della famiglia, ma il calo del desiderio — di cui quello delle nascite è solo una delle conseguenze — evoca le storture di una civiltà sempre meno connessa con i ritmi e le leggi della natura, in cui si parla continuamente di sesso, ma lo si pratica sempre di meno. Un’epidemia che è arrivata a lambire persino gli zoo, se è vero che i maschi delle tigri vengono trattati con il Viagra per supplire a una desolante carenza di iniziativa, benché nel loro caso non si possano neanche tirare in ballo le distrazioni del calciomercato. Per quanto riguarda gli umani, solo le nazioni più evolute, quelle scandinave, stanno tentando una riscossa a base di spot televisivi in cui si reclamizza il più antico e dimenticato dei piaceri. Con qualche risultato sull’indice demografico, pare. Ma da che cosa dipenderà questa gigantesca rimozione collettiva del problema? Certamente dalla paura di prenderne coscienza e dalla indisponibilità a cambiare stile di vita. Ma potrebbe esserci anche dell’altro: la scomparsa del senso di missione che ogni civiltà reca con sé. Come se l’Occidente sentisse di avere esaurito il suo ciclo bimillenario e fosse diventato meno fertile perché si è rassegnato all’idea di dovere passare la mano. In un saggio di Robert Kaplan intitolato Monsoon si profetizza un futuro prossimo in cui le due potenze mondiali saranno Cina e India e dove proprio a quest’ultima toccherà il compito di portare avanti la fiaccola della civiltà occidentale che i nostri spermatozoi dimezzati stanno spegnendo nel disinteresse di tutti. Chissà che cominciare a parlarne non riattizzi un po’ il fuoco.
«Corriere della sera» del 29 luglio 2017

Dobbiamo smettere di considerare normale lo «sballo»

La droga non ha risolto, anzi ha amplificato e cronicizzato le paure e le insicurezze da cui si tenta di fuggire, e così si deve ricominciare
di Antonio Polito
Ci sbalordisce la morte di una ragazza di 16 anni per una pasticca di ecstasy. Proviamo stupore, insieme con il dolore. Ma come, morire per una pillola, che gira ovunque nelle notti della movida, che serve solo a divertirsi un po’ di più. Morire per una sostanza che forse una volta o due ha preso anche nostro figlio? Il fatto è che la nostra soglia di tolleranza sulle droghe si è abbassata. Abbiamo smesso di credere che tutte le sostanze psicotrope, tutte, facciano male, quale più quale meno, a chi più a chi meno, ma nessuna esclusa. Abbiamo fatto nostra una distinzione che proviene da un’epoca lontana, quella tra droghe «leggere» e «pesanti», e che forse non ha più riscontro né nelle logiche del mercato né in quelle dei ragazzi che ne fanno uso. Di conseguenza la nostra cultura ha abbassato la guardia, ha preso ad accettare come normale la voglia dei giovani di «sballare», di tanto in tanto: «a scopo ricreativo», diciamo con un eufemismo.
Più che distinguere tra le sostanze che assumono i nostri ragazzi, dovremmo infatti chiederci perché lo fanno, identificare il pensiero che li muove, il bisogno che li spinge. Non è difficile, ce lo dicono loro cos’è che cercano. È evasione, fuga dalla realtà, voglia di dimenticare per un po’ le cose della vita che comportano fatica, frustrazione, o dolore. Ci si fa per «staccare la spina». E poi lo si rifà non perché abbia funzionato, e la realtà sia veramente sparita per qualche ora, ma per il contrario, perché la droga non ha risolto, anzi ha amplificato e cronicizzato le paure e le insicurezze da cui si tenta di fuggire, e così si deve ricominciare. Tra l’accettare come «normale» questa ansia di evasione dei nostri figli, anche per una sera, e accettare l’uso delle sostanze stupefacenti più «leggere», il passo non è lungo. La battaglia contro le droghe non può essere vinta se non è anche una battaglia contro le idee e i miti che ci sono dietro. Spesso le sostanze che vanno per la maggiore rispondono allo spirito del tempo. Furono uno strumento per l’allargamento della coscienza, quando l’acido bruciava la mente di una generazione nelle poesie di Allen Ginsberg. Poi furono annientamento della coscienza, nella stagione plumbea dell’eroina. Poi ancora una ricerca di iper-stimolazione della coscienza, ai tempi della coca e degli yuppie.
Oggi ciò che si cerca è un’ipnosi della coscienza. Ma sono sempre una forma di dipendenza, e come tale andrebbero sempre combattute perché rubano libertà ai giovani. Per noi genitori non ci possono essere ambiguità. Gli adulti «devono far passare l’idea che in un percorso di crescita non c’è spazio per le sostanze psicotrope, che usarle come un tampone per gli sbalzi emotivi che gli adolescenti provano è una falsa soluzione». L’ha detto al Corriere Roberto Pellai, medico e psicoterapeuta, ed è proprio così. Invece tergiversiamo. Spacchiamo il capello. Distinguiamo, magari per accontentarci della riduzione del danno. Non si vuole aprire qui il dibattito sulla legalizzazione dello spinello. Forse è meglio aspettare e vedere come va in Uruguay, dove la sperimentazione è già partita, e in Canada e California dove partirà. Ma i liberalizzatori certamente sottovalutano due aspetti. Il primo: stabilire che a 18 anni si può «sballare» e pretendere che a 17 e 11 mesi sia vietato, legalizzare cioè per gli adulti lasciando il divieto per i minorenni, non ha senso. Daremmo un messaggio pericoloso ai nostri figli: non è che fa male la droga, siete voi che siete troppo piccoli per goderne. Per diventare grandi, non vorranno fare altro, come già avviene con alcol e sigarette. Il secondo problema è che nelle notti dei nostri ragazzi non si fa poi tutta questa differenza tra sostanze, shottino chiama spinello che chiama pasticca che chiama cocaina.
Ci sono circa mille sostanze in circolazione. Funziona tutto ciò che fa «sballare», dal coma etilico al sesso promiscuo. Al Sert di Genova ci sono un centinaio di ragazzi in cura tra i 13 e i 19 anni, con dipendenze soprattutto da hashish, e circa 600 più grandi per «fumo» e cocaina. La metà ha cominciato nelle notti della movida. Viene in mente la mamma di Lavagna, un posto non lontano da Chiavari, dove viveva la ragazza morta l’altra sera a Genova per una pasticca. Quella mamma che aveva denunciato ai finanzieri gli spinelli del figlio, e che l’ha visto saltare giù dal balcone durante la perquisizione. Al funerale disse, seppure sconvolta dal dolore, che aveva fatto la cosa giusta, perché «non poteva accettare di vedere suo figlio perdersi e ha provato con ogni mezzo a combattere la dipendenza». Il fatto che quella mamma abbia perso così crudelmente la sua battaglia, non vuol dire che noi non la si debba continuare.
«Corriere della sera» del 30 luglio 2017

13 maggio 2017

“Meno è meglio” e altri piccoli consigli fondamentali

Suggerimenti per liberarsi dalle zavorre nella scrittura e nel pensiero
di Beppe Severgnini
Credo che ogni ufficio conosca le tendenze del capoufficio. Materne, montessoriane, mussoliniane. Io m’iscrivo tra i montessoriani: credo all’anarchia rispettosa, e penso funzioni anche dentro una redazione. Penso anche che direttore, vicedirettori e capiredattori debbano insegnare qualcosa. Altrimenti, che ci stiamo a fare? Solo a disegnare pagine, rispondere al telefono e gestire epidemie di mail inutili? Ovviamente ognuno deve insegnare quello che sa. Se io provassi a spiegare come usare il sistema editoriale – Méthode! Sembra il nome di una località sciistica francese – tutti riderebbero di gusto (vero, Irene?). Quindi, mi astengo. Sull’organizzazione del lavoro e sulla scrittura, però, qualcosa da dire ce l’avrei. E, ovviamente, la dico. Tre parole, undici caratteri: “Meno è meglio”. Per esempio: la riunione migliore è quella che non si fa. Quando sono necessarie – e talvolta lo sono – le riunioni devono essere brevi. Ma bisogna arrivare preparati; e nel tempo in cui si sta insieme occorre concentrarsi.
Vietato controllare lo smartphone. Un gesto che, per molti, è diventato un tic nervoso. Chi ci casca, nel nostro nuovo 7, deve mettere 1 euro in un salvadanaio lilla (a forma di porcellino). Le monete, all’interno, aumentano e tintinnano felici. Un nostro redattore, se va avanti così, dovrà accendere un mutuo ipotecario. Ma è una persona intelligente, e prima o poi capirà. “Meno è meglio” è una regola infallibile per la scrittura. Nei titoli, nei sommari, nelle didascalie, nei testi: tutto quello che non è indispensabile è dannoso. Perché rallenta, complica, confonde. Mi piace ragionare con i miei giornalisti, soprattutto con i più giovani, sulla loro scrittura. Mi piace correggere i pezzi, e spiegare che, in fondo, l’operazione è una sola: togliere. Scrivere è come scolpire: occorre levare, non aggiungere. Dev’essere un processo gioioso, non penoso. È entusiasmante vedere il proprio testo che prende il volo, appena lo liberiamo dalla zavorra (secondarie implicite, aggettivi inutili, ripetizioni, due “che” nella stessa frase). Purtroppo quest’impostazione è rara. A molti giovani colleghi, appena iniziano a lavorare in una redazione, viene chiesto di produrre tanto, in fretta e da soli. Per pochissimi soldi, oltretutto. Un cottimismo professionale che non porta da nessuna parte.
Inflaziona il prodotto, invece; stanca il lettore; banalizza le firme e non aiuta a crescere. Ricevo confidenze inquietanti, in proposito. Non ho la bacchetta magica, e non posso cambiare i metodi di una parte del giornalismo italiano. Posso provare ad aiutare chi lavora con me, però. È la parte più affascinante del mio incarico, devo dire. Non c’è solo la scrittura. Anche sul conflitto d’interessi ho spiegato che la stesura di cavillosi regolamenti interni è inutile. Una regola basta: non fate nulla che vi metterebbe in imbarazzo davanti ai lettori e ai colleghi. Quattordici parole.
«Corriere della sera - Suppl. 7» dell'11 maggio 2017

17 febbraio 2017

«I nostri figli e l’uso di cannabis. Troviamo il coraggio di parlarne»

Il dibattito dopo il caso di Lavagna
di Elena Tebano
Gli esperti: i divieti servono, ma bisogna distinguere uso ricreativo e palude quotidiana. «La trasgressione è un tiro alla fune, un figlio si aspetta che il genitore regga»
Del suicidio del ragazzo di Lavagna Alberto Pellai, milanese, medico e psicoterapeuta dell’età evolutiva, ha parlato con le figlie adolescenti: «Cosa avreste fatto voi, se vi foste trovate nella sua situazione?» ha chiesto. Una domanda dolorosa anche solo a pensarla e parallela a quella che chiunque si è posto al cospetto di questa vicenda: come reagire di fronte a un figlio che fuma hashish o marijuana? Esiste un’alternativa tra l’impotenza della semplice repressione (chiamare le forze dell’ordine) e quella speculare del lasciar correre perché «tanto-ormai-lo-fanno-tutti»?
«Il ruolo dei genitori è problematizzare il consumo di sostanze nell’adolescenza, che comunque è sempre a rischio e lo è tanto più quanto è precoce l’età in cui si inizia — spiega Pellai —. Domandare ai ragazzi e alle ragazze cosa avrebbero provato al suo posto significa dire: ne possiamo parlare. E quindi che a tutto c’è una soluzione. La scelta di saltare nel vuoto, un gesto violentissimo e irreversibile spesso deciso dai ragazzi in 15 secondi, viene invece anche dall’incapacità di dare parole a un groviglio di emozioni negative, che magari si presentano tutte insieme: paura per le forze dell’ordine in casa, rabbia perché ti senti i genitori sul collo, tristezza perché stai deludendo te stesso e chi ti vuole bene».

Il messaggio ai figli
Non ci possono però essere ambiguità: «Gli adulti devono far passare l’idea che in un percorso di crescita non c’è spazio per le sostanze psicotrope, che usarle come un tampone per gli sbalzi emotivi che gli adolescenti provano è una falsa soluzione: significa non voler sentire la fatica o il disagio interiori invece di costruire una risposta nelle relazioni e nelle realtà che risolva davvero il problema» chiarisce Pellai. È un compito difficile, ma imprescindibile: «La trasgressione è spesso un tiro alla fune, un figlio si aspetta che il genitore dall’altra parte lo regga, che ci metta la forza e non rinunci al suo ruolo».

La paura dei genitori
A rendere tutto più complicato c’è spesso la paura degli adulti: che farsi le canne equivalga per i figli a una condanna, l’entrata in un tunnel da cui non c’è uscita. «Invece distinguere è fondamentale perché non sempre il consumo di cannabis è la spia di una grave situazione di disagio: le ricerche dicono che il 15% dei ragazzi tra i 15 e 19 anni lo fa una o due volte al mese a fini socio-ricreativi, per stare nel gruppo — dice Leopoldo Grosso, psicoterapeuta e presidente onorario del Gruppo Abele —. Ai genitori preoccupati chiedo: vostro figlio cos’altro fa? Continua ad andar bene a scuola, a praticare sport e avere compagnie con cui non fuma, a coltivare i suoi interessi? Oppure fuma tutti i giorni, ha un profitto scolastico fallimentare, ha perso interesse nelle altre attività, si è chiuso nella cerchia delle persone con le quali fuma e ha abbandonato i vecchi amici?». Si tratta di capire insomma se gli adolescenti fumano per adeguarsi ai pari oppure se è una loro modalità per esprimersi.

La giusta reazione
«Nel primo caso — afferma Grosso — è un comportamento a cui prestare attenzione, ma probabilmente solo una fase. È necessario comunque che i genitori pongano limiti, chiarendo che non lo condividono, vietando di farlo in casa o negando i soldi per comprare le sostanze, ma senza demonizzare. Nel secondo caso c’è invece una grave situazione di disagio, la palude di un fallimento evolutivo».
Allora bisogna chiedere aiuto agli specialisti: dagli sportelli psicologici delle scuole ai consultori familiari ai servizi anti-dipendenze delle Asl. «Ma è fondamentale — avverte Grosso — che l’intervento sia incentrato sulle difficoltà irrisolte: i rapporti interpersonali, quelli familiari, la scarsa autostima».
In generale, anche di fronte al consumo sporadico è bene cercare interlocutori per capire come stanno i ragazzi: «Rivolgersi a tutti gli adulti che hanno a che fare con loro, professori, allenatori, educatori — dice Paolo Rigliano, responsabile del servizio psichiatrico degli ospedali San Paolo e San Carlo di Milano —. Poi nel quotidiano ai genitori e a noi tutti spetta il compito più difficile: contrastare l’idea oggi diffusissima che l’alterazione degli stati mentali sia una cosa positiva. Vale anche per l’alcol: ormai non si riesce a stare bene senza stravolgersi». È la risorsa e la difesa più grande che possiamo dare agli adolescenti: insegnare loro a entrare (e restare) in contatto con se stessi.
«Corriere della sera» del 16 febbraio 2017